Stella… “stellina”

Giugno 13

Nell’editoriale di ieri sul Corriere della Sera, Giantonio Stella scriveva del “Nord amaro” (clicca qui per leggerlo) ponendo l’accento anche sulla sanità in Lombardia alla luce di quanto successo alla clinica Santa Rita. Sul Foglio di oggi una lettera di Luigi Amicone riprende gli argomenti del giornalista del Corriere e propone spunti interessanti di riflessione…

Al direttore - Gianantonio Stella è da tempo impegnato a tratteggiarci il quadro morale della nazione. Che poi preferisca occuparsi della casta degli eletti dal popolo piuttosto che quella dei funzionari della magistratura, tanto per fare un esempio casto, che non sono eletti da nessuno e sono l’unica categoria di lavoratori che non risponde a nessuno dei propri errori (o per lo meno non risponde in solido, come invece risponde il medico, il giornalista, l’idraulico eccetera); dei buchi neri della sanità siciliana, piuttosto che delle voragini di bilancio della regione governata da Mr Tiscali, questo è solo un caso. Ora, nell’ansia di ristabilire un’uguaglianza, tra nord e rom, non arrivando ai vertici dell’Unità che qualche giorno fa ha spiegato la manifestazione nomade a Rama come l’ultima spiaggia “prima della Shoa” ; ci ha sfilettato ieri un editoriale che dovrebbe farci sentire tutti molto in colpa - dico noi che viviamo tra Padania e Prealpi - per le note vicende di cronaca nera che vanno dal Santa Rita allo stupro di una ragazzina marocchina a opera di un italiano. Il problema è che questa morale pelosa perde di vista le questioni essenziali del vivere in società e della politica che, scusate se non siamo a Cuba o in Venezuela, in democrazia ha sempre le sue belle contraddizioni. Il problema (oggettivo, documentato, accertato) è che la sanità del sud è mediamente più africana di quella della Lombardia e che tutte le strade, dalla Lombardia alla Sicilia, sono mediamente più insicure di tutte quelle europee. Davanti a questa situazione ricondurre il discorso alla lezioncina Onu su tutti gli uomini creati uguali, e sul fatto che tutti, indistintamente, senza distinzione di razza eccetera, possono essere buoni e cattivi, non è solo una banalità, è un basso espediente di antipolitica Giacché la politica non è fatta per dire la morale -a cui tutti dovremmo educarci con sane letture di catechismo cattolico e di catechisrno hobbesiano - ma per risolvere i problemi della gente comune. Ora, che tutti gli uomini sono uguali non ce ne può fregare di meno se il modello sanitario statalista è mediamente più schifoso di quello liberale in cui può capitare un Santa Rita, non come regola, ma come documentazione, appunto, che la deontologia professionale non la fa né il modello liberale né quello statalista. Epperò se sei liberale hai lo strumento per sanzionare e cambiare certe cose, se sei statalista tutto finisce ai tarallucci e vino dell’indignazione stellina (è poi i malati, chissà perché, continuano a migrare dal sud al nord).

Il fronte del no con la toga

Giugno 7

I giudici dicono no al reato di clandestinità, no alla Superprocura sui rifiuti… Ecco uno spunto di riflessione offerto da Mario Cervi su “Il Giornale”

“È una convinzione che viene da lontano quella dei magistrati - alcuni magistrati - d’essere non servitori dello Stato cui spetta d’applicare le leggi, ma detentori di supreme verità sociali e morali. In questa versione sublimata i giudici e i Pm debbono tutelare, più di quanto faccia il Quirinale, più di quanto faccia il Parlamento, più di quanto faccia la Corte costituzionale, i supremi valori della Repubblica. Oppongono i loro dinieghi nel nome d’una sacralità del diritto e dei diritti sulla quale ritengono d’essere gli unici a potersi pronunciare.
Ho osservato che questa concezione è tutt’altro che nuova. Essa fu applicata nel 1994, con melodrammatica enfasi mediatica, dal pool di «Mani pulite», per bloccare un decreto dell’allora guardasigilli Biondi che limitava la possibilità d’arrestare chi non fosse indiziato di reati gravissimi. Il pm Antonio Di Pietro si presentò in televisione e con voce rotta annunciò le dimissioni sue e dell’intero pool. Il decreto fu ritirato. Le dimissioni anche. Adesso manca il ricorso alla sceneggiata, ma i no rimangono. Aprendo il congresso dell’Associazione nazionale magistrati il presidente Luca Palamara ne ha allineato un bel numero: alcuni stagionati, altri attuali. No al reato di clandestinità, no alla clandestinità come aggravante per chi deve rispondere d’altro, no alla superprocura contro l’emergenza rifiuti, no alla separazione delle carriere. Quanto alle correnti dell’Anm, Palamara ha detto che sono l’espressione «dei diversi modi di intendere il mestiere del magistrato». Ma quanti modi ci sono? Sarebbero gradite ulteriori delucidazioni.
Questo per l’Anm. Ma anche le singole toghe si danno da fare. Un giudice di Milano ha ritenuto «manifestamente irragionevole» la già accennata aggravante della clandestinità, un suo collega l’ha collegata a «contingenti ragioni di politica emergenziale e sicuritaria (sic!)» (Per verità in un diverso processo un diverso giudice - sempre a Milano - è stato di parere opposto, a conferma di quanto siano coerenti e certe, nell’applicazione pratica, le leggi italiane).
Un nuovo 1994? Non fino a quel punto. L’ho già accennato, non ci sono drammi in Tv, ed è una differenza positiva. Ma c’è anche, a mio avviso, una differenza peggiorativa. I giudici «redentori» di «Mani pulite» si sentivano interpreti e guide d’un moto collettivo di ribellione e di indignazione. Con i loro no alcuni giudici d’oggi contrastano invece un’azione - contro l’immigrazione illegale, contro lo scandalo dei rifiuti - che gode del più ampio sostegno popolare, e che perfino una parte dell’opposizione parlamentare condivide. Questi giudici del no rappresentano solo se stessi.”

L’apatia della sinistra

Giugno 4

Dal “Riformista” di oggi uno spunto di riflessione:

“C’è qualcosa che non va nella sinistra. Una timidezza a sostenere con convinzione e passione le sue stesse idee. Si è notato in questa mobilitazione per il popolo iraniano di cui è stato protagonista il nostro giornale. E stavolta non ce l’abbiamo tanto con il Pd, dal quale anzi si sono levate molte voci a sostegno della protesta contro il tiranno iraniano. Ieri Veltroni, dopo aver diligentemente deplorato Ahmadinejad con parole ferme,  non è venuto in Campidoglio: anche se ombra, è pur sempre il premier, e forse non sta bene per un premier fare manifestazioni. Ma in piazza c’era Goffredo Bettini, come rappresentante ufficiale del coordinamento democratico. Non si è risparmiato Piero Fassino, ministro ombra degli Esteri. Lui c’è sempre. Ha aderito fin dal primo giorno al nostro appello. E così Gianni Vernetti, Roberto Giachetti, Enrico Gasbarra, in prima fila sui diritti umani. Barbara Pollastrini, coerente nel difendere i gay in Italia ma anche in Iran. Francesco Rutelli, nonostante il suo nuovo ruolo istituzionale. Tanti militanti semplici, che ci hanno scritto e sono venuti al Campidoglio. Ci hanno invece colpito in negativo certe assenze e certi silenzi. L’Unità ieri non ha nemmeno dato notizia delle manifestazioni contro Ahmadinejad. Repubblica si è invece schierata per la stretta di mano col tiranno, e contro il suo isolamento diplomatico. I giornali della sinistra radicale sono troppo impegnati nel denunciare la xenofobia della Lega che vuole espellere i clandestini per occuparsi del razzismo di Ahmadinejad, che gli israeliani vuole proprio cancellarli. La sinistra non si appassiona più a niente, questo è il suo problema. Fa il suo compitino quotidiano in nome di valori che non le scaldano più il cuore, e si vede. Ha i valori giusti, ma non ha più il coraggio di difenderli”

Mal di Roma

Maggio 28

Oggi vi invito a commentare un editoriale del Foglio sulla rissa tra studenti di destra e di sinistra davanti alla Sapienza di Roma.

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A Roma soffia un brutto vento infuocato di botte fra estremisti che si alimenta della peggiore sottocultura di destra e di sinistra. E che non dovrebbe trovare altro combustibile nello sguardo cisposo dell’informazione. Come invece rischia di accadere, a giudicare da come alcuni giornali si preparavano ieri a raccontare la febbrile scazzottata fra i neofascisti di Forza nuova esclusi dall’Università la Sapienza e i collettivi studenteschi. La circostanza è penosa e vile a prescindere da chi abbia attaccato per primo, perché c’è una censura ideologica che impedisce a qualcuno di parlare (nella rossissima facoltà di Lettere e filosofia, per un convegno sulle foibe organizzato da Forza nuova), perché questo qualcuno è sospettabile d’aver usato il bastone per rivalersi sui censori e perché altri, i collettivi, sono sospettati invece d’aver impugnato le proprie armi per sottolineare il significato dell’esclusione inflitta al nemico. Ma non è la prima volta né la peggiore.
Il lato plumbeo della faccenda riguarda Roma nel suo complesso, la capitale conquistata dal Lupomanno della destra fra clangori di riscossa, paure sociali e richieste di sicurezza disattese. La sinistra sottoculturale si è lasciata subito vincere da una coazione fredda a ritmare il nuovo allarme antifascista, ha strumentalizzato l’aggressione borgatara del Pigneto e cerca di collocarla in un fantasmatico clima di squadrismo xenofobo e persecutorio nel quale, potendo, contemplerebbe perfino i roghi campani e quel maledetto tossicodipendente da curva calcistica che ha investito e ucciso una coppia di disgraziati (attenzione: la nuova frontiera dell’accusa infamante sta diventando l’appartenenza al tifo organizzato). Siamo già costretti a esaminare un nuovo mal di Roma? Per ora siamo di fronte a una pratica intellettualmente debole e che tuttavia, se assecondata dalla coscienza rancorosa degli sconfitti, pare destinata a perdurare e incrudelire. Anche perché nella sottocultura di destra ci sarà sempre qualche imbecille in buona o cattiva fede, gonfio di risentimenti antichi, disponibile al gioco di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e con intenzioni demenziali. Più delle censure di Alemanno e dei suoi subalterni, e più ancora di un’auspicabile resipiscenza della sinistra urbanizzata, conterà l’atteggiamento dei mezzi d’informazione. Ogni slealtà umana e giornalistica potrebbe avere lo stesso effetto di una bastonata.

Napoli, Somalia

Maggio 26

Cari amici, vedo che si raccontano un sacco di bugie in giro e rsipondo senza giri di parole. Vedo che ci sono uomini delle istituzioni, dal rango di amministratori locali fino ad ex ministri, che giocano con la violenza altrui come bambini con la polvere da sparo. Alcuni aizzano la guerriglia, facendo finta di non capire che si rischia qualche grosso guaio. Altri la giustificano, accennando ad esagerazioni da parte delle Forze dell’Ordine. Sono posizioni irresponsabili, peggio che illegali. Se l’idea è quella di bloccare l’avvio delle discariche, lo smaltimento dei rifiuti, la costruzione dei termovalorizzatori, è demenza pura, contraria all’interesse del popolo italiano e napoletano, ma pur sempre legittima. La si dichiari apertamente e si affrontino le conseguenze. Via gli amministratori fuorilegge, siano fatti decadere dalla carica, proprio come i camorristi conclamati e massima severità, fino all’arresto , per i manifestanti, legittimi ma abusivi. Come avviene in ogni parte del mondo. Con la massima attenzione a non far degenerare la violenza. Compito, questo, nel quale le Forze dell’Ordine sono sempre più brave dei manifestanti. Altrimenti la nostra democrazia sarebbe morta in culla. Se invece si vuole sollevare sottobanco, senza assunzione di responsabilità, una sottile polemica antigovernativa appoggiando cinicamente qualsiasi tipo di protesta, allora le intenzioni di simili incoscienti vanno smascherate e denunciate? Per chi lavorano? Per lo status quo dell’immondizia, che hanno provocato e alimentano da mesi e anni? Oppure per mantenere intatta la realtà così come si è manifestata a tutti nello splendido film Gomorra? Nel film ( e nel libro di Saviano) si vede chiaramente la realtà quotidiana, insoportabile per un paese civile. Altro che violenza poliziesca. ce ne vorrebbe molta di più e ce ne vorrà certamente per sradicare la dittatura velenosa della camorra. Non sarà un pranzo di gala e forse serviranno tecnici specializzati e truppe scelte per riportare dentro i confini del vivere civile, della democrazia e del vivere civile una enorme area fuoriuscita da anni dalle leggi dello Stato. E’ legittimo non condividere il progetto e non gettarsi con entusiasmo nell’impresa. Ognuno coltivi i propri dubbi in democrazia. Chi rema contro, aizza o copre la guerriglia, diffama le Forze dell’Ordine in prima linea, questa volta va indicato chiaramente. Da parte mia, avanzo una modesta proposta. Poichè i termovalorizzatori , dopo aver smaltito i rifiuti eccedenti ed ammortizzato i costi , produrranno anche in Campania una ricchezza ed un utile, come in tutte le altre parti del mondo, perchè non si fanno compartecipare agli utili i Comuni che oggi sono siti delle discariche provvisorie? E’ una specie di risarcimento generazionale. Il sacrificio di oggi può essere ricompensato con i benefici prodotti dai termovalorizzatori tra vent’anni. Una staffetta tra pdri e figli. Meglio del nulla in nome del quale vengono mandate allo sbaraglio popolazioni ignare o ricattate. 

NAPOLI, FATTI VIVA SENNO’ SEI MOLTO MORTA

Maggio 26

Giuliano Ferrara su “Il Foglio” invita la popolazione di Napoli a non farsi sommergere da rifiuti e politici immobili.  Che ne dite?

“Se fossi napoletano mi vergognerei di me. Non tanto per i rifiuti, per la trasandatezza fatale della città, per la brutta figura eccetera. Napoli ha sempre scambiato con il resto del mondo, che la voleva scioccamente sorridente, un suo ghigno indecoroso che mi piace, che affascina ed è regale anche quando è laido, puzzolente. Mi vergognerei piuttosto per la totale assenza di una classe dirigente e per l’indulgenza con cui la città accetta di essere trattata, in mancanza di alternative, come una appendice coloniale fastidiosa e riottosa.

I ministri arrivano in pullman, il governo è in visita all’estero, la conferenza stampa si farà nel palazzo dei Borboni, i proconsoli di lingua endogena abitano i loro appartamenti regionali e municipali ma sono virtualmente esclusi dalla vita pubblica, inabilitati anche alle campagne elettorali, il governo decide per via commissariale da dieci, quindici anni, e non risolve alcunché, adesso si è lodevolmente messo in testa di farla finita; attrezza soluzioni che deve militarizzare, le tiene segrete fin che può, poi giù un po’ di botte contro la ribellione della monnezza.

Uno si domanda: ma c’è a buon bisogno un napoletano di grido, uno straccio di scrittore, di professionista, di magistrato, di accademico, un capopopolo, un filosofo, un armatore, un poliziotto, un magistrato, un calciatore, un bandito, un giornale, un ex prefetto, una lega di donne, un sindacato, una comunità religiosa, un prete, un cristiano come tanti che sappia prendere in mano, non la città, certo, che è fuori controllo da secoli, ma almeno il discorso sulla città? C’è qualcuno che sia in grado di dare un qualunque significato a quello che succede? Questo è l’impudico disastro di Napoli, inquietante e osceno, non il fatto che non si risolvano i problemi, bensì il fatto che la città ha perso la voce, non fa più nemmeno rumore, trasmette l’onda piatta e decerebrata della morte urbana, della fine della fantasia, pure quella in discarica come tutto.

Eppure Napoli è l’intelligenza fatta città. Da sempre è così che ne conosciamo e onoriamo la bellezza, la prestanza culturale, l’ambizione piena di smagata capacità di affabulazione, di persuasione, tutti sempre convinti, edotti, fatti furbi e anche fessi dal Gran Signore Napoletano.charmant capace di spiegare l’inspiegabile. Napoli è una delle grandi anime di questo paese, un suo profilo liberale e borghese e giacobino ma anche aristocratico e schiettamente reazionario, ma sempre ben intagliato nel fiume della parola napoletana, e davvero se quell’anima dovesse rivelarsi mortale il declino del corpo nazionale che la contiene e nutre sarebbe senza speranza.

Cercasi napoletano o gruppo napoletano in grado di spiegare come mai quella è l’unica area urbana al mondo in cui non si riesce a smaltire la spazzatura. Accettasi ogni tipo di spiegazione, anche irridente, surreale, provocatoria, purché si interrompa un lungo e sinistro silenzio. Non tollerasi che tutto finisca con grevi scazzottate con la polizia di don Silvio Berlusconi intorno a dei buchi dove ricoverare le deiezioni della città. Napoli si faccia viva, sennò è molto morta.

MAMMA CHE LAVORONE

Maggio 24

Ancora Marcegaglia, ma sotto un altro punto di vista,  quello di Giuliano Ferrara e dei suoi “Editoriali” su Il Foglio.

“Sarebbe riduttivo e anche un po’ sciocco attribuire al fatto che a parlare era una donna il rilievo che Emma Marcegaglia ha voluto dare, all’atto del suo insediamento alla guida degli industriali italiani, al ruolo delle madri lavoratrici. Il principale deficit della struttura produttiva del nostro Paese è la scarsa partecipazione, inferiore al 50 per cento, delle donne al mercato del lavoro. Il principale problema del Paese è l’invecchiamento, determinato dalla denatalità, che rende difficile dare efficienza a un sistema di sicurezza sociale le cui risorse sono ipotecate dal peso crescente della previdenza, se non altro per ragioni demografiche.

Più donne che lavorano, più donne che partoriscono, sarebbero la soluzione non di “un” problema, ma del problema fondamentale del rischio di declino del Paese. Che a dirlo sia una donna è importante, che a dirlo sia la presidentessa degli industriali molto di più. Ormai tutte le statistiche dimostrano che sono le donne occupate a dare il maggiore contributo alla natalità. Era un dato già da tempo presente nel nord, oggi è esteso a tutto il Paese. Ma la vita della mamma lavoratrice è un percorso di guerra, perché l’organizzazione sociale è ancora costruita sull’arcaica concezione della mamma casalinga, perché le imprese, a cominciare da quelle rappresentate da Emma Marcegaglia, considerano la maternità un costo e un intralcio all’ordinato svolgimento della produzione, perché gli orari sono modellati su uno schema sorpassato, che considera sempre disponibili il tempo della donna per le operazioni di relazione con la burocrazia e i servizi, come se non avesse impegni di lavoro. Fa invidia l’esempio dato, in questo senso, dal governo spagnolo, dove una donna incinta è stata nominata ministro della Difesa. La mamma lavoratrice è la chiave  del superamento del declino italiano e sarebbe bene che sui suoi problemi si concentrasse un’attenzione politica straordinaria, una vera convergenza delle parti sociali, una consapevolezza generale dopo tanti decenni di nefasta sottovalutazione”

La nuova Confindustria

Maggio 23

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Oggi vi invito a commentare l’editoriale di Oscar Giannino sull’insediamento di Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria pubblicato su Libero Mercato.

A noi è piaciuto e molto, il discorso d’insediamento di Emma Marcegaglia al vertice di Confindustria. Chi rimpiange o rimpian gerà le migliori doti oratorie del predecessore non ha capito che era voluto, lo stacco con cui ieri Emma ha pronunciato i suoi enunciati. Si passa da una personalizzazione carismatica - e a volte anche istrionica - alla presentazione istituzionale di un punto di vista che sceglie la serietà di fronte ai problemi, non le battute a effetto. E lo fa anche con un pizzico di personalizzazione che si annida nel dettaglio e non nell’enfasi. Un solo esempio: il predecessore mai e poi mai avrebbe citato Jaroslav Hasek, il geniale sconclusionato anarco-bolscevico, boemo e russo, che tutti conoscono per le avventure del soldato Scvejk ma che è un simbolo perfetto dei paradossi del ‘900, lunatico fondatore del “partito progressista ma nei limiti della legge” per poi diventare rivoluzionario, combattente prima da una parte e poi per l’altra e animatore di riviste in tutte le lingue della Mitteleuropa.
Tra i quattro impegni finali in cui la Marcegaglia ha sintetizzato il suo impegno, c’è anche esattamente quella questione del rinnovo della rappresentanza d’impresa, di cui vi abbiamo parlato ieri. Un motivo in più per riconoscerci in lei. Una sola osservazione, al suo esordio. Attenti: (…)
(…) perché un conto è valutare molto responsabilmente la positiva congiuntura astrale che allinea l’esordio di un nuovo vertice confindustriale, con il venire al pettine del diuturno no opposto in linea di principio dalla Cgil alla contrattazione decentrata, altro è su questo argomento credere che tutto sia a portata di mano. È più che comprensibile, che nel ribadire l’intenzione di Confindustria di giungere al più presto a un accordo innovativo col sindacato, tanto più che il governo attuale a differenza del precedente è convinto e pronto a defiscalizzare in maniera significativa il salario da produttività, la Marcegaglia abbia preferito i toni costruttivi di apprezzamento alle disponibilità finalmente espresse. Ma è altrettanto vero che a quell’accordo bisogna fare in modo di giungere molto presto. prima della prossima legge finanziaria, se possibile. Prima cioè che avvengano tutta una serie di prevedibili sviluppi.
Quali? Il primo è che si sfilacci inevitabilmente l’atmosfera di dialogo tra centrodestra e centrosinistra, che in qualche modo ha certo “aiutato” la parte oltranzista del sindacato a superare i suoi dinieghi pregiudiziali, rispetto alle tenaci disponibilità espresse da tempo dalla Cisl e dalla Uil. Il secondo è che inizi col tempo a profilarsi una possibile resa dei conti a sinistra, rispetto alla quale non è impensabile che anche la successione di Epifani al vertice della Cgil finisca per intrecciarsi. La terza è che i distinti problemi dell’impiego pubblico tornino a diventare condizione prioritaria per i sindacati, rispetto a qualunque accordo realmente innovativo per i contratti decentrati nel settore privato. Ciascuna di queste condizioni è nell’ordine delle cose che possa verificarsi, e a quel punto è fin troppo facile immaginare che la luna di miele attuale lascerebbe il posto a nuovi rinvii. Per questo, ieri non era certo il momento. Ma il nuovo vertice di Confindustria deve mettere in conto tra non troppo tempo proposte anche unilaterali, per sbloccare la situazione e passare prima possibile da un sì di principio ma solo sulla carta, a un confronto su ipotesi concrete.
La nuova presidente tiene e terrà tantissimo, alla rocciosa unità interna, pressoché assoluta, che si è
raccolta intorno al suo nome. Dunque non è molto probabile che nel prossimo futuro la nuova Confindustria ritenga opportuno lasciare mano libera a una parte interna più determinata, nell’incalzare il sindacato sin da subito con interviste e dichiarazioni. È comprensibile anche questo. Ma magari potrebbe trattarsi di un’ipotesi da non tralasciare di considerare.
Un po’ di dialettica interna ed esterna in più, rispetto al monolitismo apparente della precedente gestione che nascondeva molte esitazioni e borbottii, potrebbe rivelarsi anch’esso del tutto fisiologico e positivo, per una Confindustria che torna ad anteporre i fatti concreti all’apparenza, e la sostanza alla fuffa.

Omaggio a Vasco

Maggio 23

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Guarda le immagini della tappa zero del tour di Vasco Rossi

Un premier sicuro

Maggio 22

Oggi vi sottopongo un commento interessante, dal Foglio di Giuliano Ferrara, dove si notano alcune novità di toni e di piglio da parte del neo premier. Dite la vostra.

Se c’è un tratto di spettacolarità tipicamente berlusconiano, questa volta si fatica a coglierlo. Perché dalle parole e dalla sostanza del discorso pubblico del premier, confortate da leggi già in attesa di firma quirinalizia, si percepisce piuttosto la densità fattuale di un governo alle prese con uno stato d’eccezione nazionale. La risposta dovrebbe essere commisurata all’emergenza e probabilmente farà impennare qualche sopracciglio pigro. E tuttavia, da ieri, la sicurezza percepita in Italia cresce di qualche spanna sopra la media degli ultimi anni; se è vero che il ministro dell’Interno ombra, Marco Minniti, è costretto a osservare che molti dei provvedimenti adottati dall’esecutivo berlusconiano erano contenuti nei programmi istruiti (ma in larga parte inattuati) dal precedente ministro dell’Interno. Non mancherà, inoltre, l’occasione di verificare e correggere in Parlamento eventuali norme dal retrogusto discriminatorio contenute nel disegno di legge affidato alle Camere. E’ , vero che l’iniziativa del Viminale s’annuncia inesorabile nei confronti dei così detti migranti, ma è anche e soprattutto su questo dossier che il Popolo della libertà aveva chiesto e ottenuto il mandato per governare il paese.
Discorso appena diverso, ma in fondo consanguineo, è quello che riguarda Napoli. La scelta di convocare il primo Consiglio dei ministri nella città italiana più complicata e offesa va al di là della testimonianza simbolica. Perché in quella riunione il Cav. ha stabilito di dare forma concreta alla personale e pubblica esigenza di farsi statisti. Sicché la grande invitata a Napoli, stavolta, è davvero la forza pubblica, nella sua versione in divisa e nelle sue propaggini amministrative e repressive. Berlusconi si accinge a intervenire quasi di prepotenza contro lo scempio da basso impero dei rifiuti napoletani e, quel che più conta, intende accompagnare alla decisione politica una militarizzazione dell’intervento statuale. Quando i soldati smobiliteranno dalla Campania e quando la mano della forza pubblica allenterà la presa sul collo del nostro spazio civico, sarà forse il segno di un successo conclamato senza precedenti.