Dal Riformista di oggi un editoriale di Antonio Polito che vi invito a commentare
Con tutto il rispetto che si deve a chi manifesta in piazza la sue idee, ma non a chi come Grillo e Travaglio si è abbandonato a vergognosi insulti al capo dello Stato, al limite e oltre il limite del vilipendio, e a chi come la Guzzanti ha offeso il pontefice, il problema della piazza «No Cav» di ieri era la sua lontananza dal sentimento della maggioranza degli italiani.
Una minoranza sempre più minoranza, ieri davvero piccola, ma sempre più distante dalla maggioranza. Le minoranze tendono quasi naturalmente ad alzare la voce per farsi sentire, ma per farlo devono esagerare, e ieri hanno esagerata E così si distanziano ancor più dalla maggioranza. È un circolo vizioso, che in una parte dell’opposizione a Berlusconi si ripete come una dannazione, puntuale all’inizio di ogni legislatura governata da Berlusconi. Il quale finge di lagnarsene, ma intanto ne gongola, perché sa che lo rafforza.
La minoranza è un habitat naturale e accogliente per i trebbiatori, coloro che come Di Pietro passano e raccolgono. La loro ambizione è di diventare maggioranza nella minoranza. Per farlo non esitano a spararla grossa: «La legge Alfano è inaudita perché consente a chi raggiunge lo status di presidente di ammazzare la moglie, squartare le amanti, spacciare droga senza essere processato». « L’anti politica è quando un pregiudicato viene eletto presidente del consiglio». Dunque «siamo al regime», «è tornata la P2», «siamo al fronte».
La minoranza è un habitat naturale anche per i guitti, i tribuni, le star del qualunquismo. Beppe Grillo ha confermato di esserlo al massimo grado. Il suo umorismo è quello che è: «Be-fin, la figa in leasing, l’Italia fallita». Ma la carica antidemocratica che ieri ha manifestato, contro i partiti e contro le istituzioni e personalmente contro il presidente Napolitano, non consente di scherzarci su.
La discesa da Moretti a Grillo dice già tutto di quanto è accaduto al movimento dei girotondi. Moretti, in un modo tutto suo, che gli veniva dalla frequentazione del Pci e dalla cultura sofisticata, tendeva naturalmente, o forse s’illudeva, a fare del suo movimento maggioranza. Il suo obiettivo era quello di scuotere i vertici del centrosinistra, magari di cambiarli, ma per portarli la volta successiva a vincere le elezioni: «Non perdiamoci di vista». Grillo non ha obiettivi politici, ma solo impolitici, o antipolitici. Per il successo della sua industria dell’indignazione - e di quella fiorente di Travaglio - Berlusconi sta bene dove sta: a incarnare l’atavico sospetto delle masse per il potere che è il pane e il companatico di quella industria. Non a caso nella manifestazione di ieri aleggiava, più volte dichiarata dal palco, quasi un autocompiacimento per questa minorità: «vedrete domani, i giornali ci attaccano, tutti ce l’hanno con noi, ci isolano perché sia puri e duri…».
È chiaro che in queste condizioni il Pd, che in fin dei conti pur sempre aspira prima o poi a diventare maggioranza, non poteva condividere la piazza e il palco con Di Pietro e Grillo. Ma mentre correttamente prendeva le distanze dalla piana e dagli insulti di Grillo a Napolitano, il Pd lanciava in Parlamento un’offensiva che contempla anche la possibilità dell’ostruzionismo, che contesta a Fini irregolarità nella gestione della Camera, e dichiara il lodo Alfano uno scandalo. Naturalmente l’opposizione ha il diritto - e anche il dovere - di opporsi. E si può capire che, stretto dalla pressione della piazza, seppur disertata, Veltroni abbia sentito il bisogno di alzare la voce in Parlamento. C’è però una logica da rispettare. Perché se bisogna manifestare per la difesa della democrazia, come il Pd si propone di fare in ottobre, diventa difficile rispondere a chi dalla piazza di ieri gli chiedeva: e allora perché non oggi? Se il blocca-processi è un obbrobrio - e lo è - allora perché non riconoscere che il lodo Alfa-no non lo è, è una norma discutibile, cui è legittimò opporsi con vigore se lo si ritiene, e che è stata forzata d’urgenza nei procedimenti parlamentari, ma che ha il merito, una volta approvata, di eliminare la blocca-processi? Veltroni dice che se cade quella norma è un suo successo; ma allora non può tirarsi fuori dalla mediazione politica necessaria per farla cadere. È su questo punto che il Pd, generoso nel difendere Napolitano dalle offese di Grillo, è stato ingeneroso ieri con il Presidente che sta esercitando tutta la sua moral suasion per far rientrare questo incendio sulla giustizia nei limiti di un conflitto politico, invece di trasformarlo in un’Apocalisse per le istituzioni.
La forza dei girotondi l’abbiamo vista ieri in piazza e la vediamo ogni giorno nei sondaggi sul gradimento al governo. Il Pd non ha alcuna ragione di temerli. A meno di non mettersi esso stesso nelle condizioni di dar loro ragione.