Archivio della categoria ‘Il direttore’

Mal di Roma

Maggio 28

Oggi vi invito a commentare un editoriale del Foglio sulla rissa tra studenti di destra e di sinistra davanti alla Sapienza di Roma.

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A Roma soffia un brutto vento infuocato di botte fra estremisti che si alimenta della peggiore sottocultura di destra e di sinistra. E che non dovrebbe trovare altro combustibile nello sguardo cisposo dell’informazione. Come invece rischia di accadere, a giudicare da come alcuni giornali si preparavano ieri a raccontare la febbrile scazzottata fra i neofascisti di Forza nuova esclusi dall’Università la Sapienza e i collettivi studenteschi. La circostanza è penosa e vile a prescindere da chi abbia attaccato per primo, perché c’è una censura ideologica che impedisce a qualcuno di parlare (nella rossissima facoltà di Lettere e filosofia, per un convegno sulle foibe organizzato da Forza nuova), perché questo qualcuno è sospettabile d’aver usato il bastone per rivalersi sui censori e perché altri, i collettivi, sono sospettati invece d’aver impugnato le proprie armi per sottolineare il significato dell’esclusione inflitta al nemico. Ma non è la prima volta né la peggiore.
Il lato plumbeo della faccenda riguarda Roma nel suo complesso, la capitale conquistata dal Lupomanno della destra fra clangori di riscossa, paure sociali e richieste di sicurezza disattese. La sinistra sottoculturale si è lasciata subito vincere da una coazione fredda a ritmare il nuovo allarme antifascista, ha strumentalizzato l’aggressione borgatara del Pigneto e cerca di collocarla in un fantasmatico clima di squadrismo xenofobo e persecutorio nel quale, potendo, contemplerebbe perfino i roghi campani e quel maledetto tossicodipendente da curva calcistica che ha investito e ucciso una coppia di disgraziati (attenzione: la nuova frontiera dell’accusa infamante sta diventando l’appartenenza al tifo organizzato). Siamo già costretti a esaminare un nuovo mal di Roma? Per ora siamo di fronte a una pratica intellettualmente debole e che tuttavia, se assecondata dalla coscienza rancorosa degli sconfitti, pare destinata a perdurare e incrudelire. Anche perché nella sottocultura di destra ci sarà sempre qualche imbecille in buona o cattiva fede, gonfio di risentimenti antichi, disponibile al gioco di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e con intenzioni demenziali. Più delle censure di Alemanno e dei suoi subalterni, e più ancora di un’auspicabile resipiscenza della sinistra urbanizzata, conterà l’atteggiamento dei mezzi d’informazione. Ogni slealtà umana e giornalistica potrebbe avere lo stesso effetto di una bastonata.

Napoli, Somalia

Maggio 26

Cari amici, vedo che si raccontano un sacco di bugie in giro e rsipondo senza giri di parole. Vedo che ci sono uomini delle istituzioni, dal rango di amministratori locali fino ad ex ministri, che giocano con la violenza altrui come bambini con la polvere da sparo. Alcuni aizzano la guerriglia, facendo finta di non capire che si rischia qualche grosso guaio. Altri la giustificano, accennando ad esagerazioni da parte delle Forze dell’Ordine. Sono posizioni irresponsabili, peggio che illegali. Se l’idea è quella di bloccare l’avvio delle discariche, lo smaltimento dei rifiuti, la costruzione dei termovalorizzatori, è demenza pura, contraria all’interesse del popolo italiano e napoletano, ma pur sempre legittima. La si dichiari apertamente e si affrontino le conseguenze. Via gli amministratori fuorilegge, siano fatti decadere dalla carica, proprio come i camorristi conclamati e massima severità, fino all’arresto , per i manifestanti, legittimi ma abusivi. Come avviene in ogni parte del mondo. Con la massima attenzione a non far degenerare la violenza. Compito, questo, nel quale le Forze dell’Ordine sono sempre più brave dei manifestanti. Altrimenti la nostra democrazia sarebbe morta in culla. Se invece si vuole sollevare sottobanco, senza assunzione di responsabilità, una sottile polemica antigovernativa appoggiando cinicamente qualsiasi tipo di protesta, allora le intenzioni di simili incoscienti vanno smascherate e denunciate? Per chi lavorano? Per lo status quo dell’immondizia, che hanno provocato e alimentano da mesi e anni? Oppure per mantenere intatta la realtà così come si è manifestata a tutti nello splendido film Gomorra? Nel film ( e nel libro di Saviano) si vede chiaramente la realtà quotidiana, insoportabile per un paese civile. Altro che violenza poliziesca. ce ne vorrebbe molta di più e ce ne vorrà certamente per sradicare la dittatura velenosa della camorra. Non sarà un pranzo di gala e forse serviranno tecnici specializzati e truppe scelte per riportare dentro i confini del vivere civile, della democrazia e del vivere civile una enorme area fuoriuscita da anni dalle leggi dello Stato. E’ legittimo non condividere il progetto e non gettarsi con entusiasmo nell’impresa. Ognuno coltivi i propri dubbi in democrazia. Chi rema contro, aizza o copre la guerriglia, diffama le Forze dell’Ordine in prima linea, questa volta va indicato chiaramente. Da parte mia, avanzo una modesta proposta. Poichè i termovalorizzatori , dopo aver smaltito i rifiuti eccedenti ed ammortizzato i costi , produrranno anche in Campania una ricchezza ed un utile, come in tutte le altre parti del mondo, perchè non si fanno compartecipare agli utili i Comuni che oggi sono siti delle discariche provvisorie? E’ una specie di risarcimento generazionale. Il sacrificio di oggi può essere ricompensato con i benefici prodotti dai termovalorizzatori tra vent’anni. Una staffetta tra pdri e figli. Meglio del nulla in nome del quale vengono mandate allo sbaraglio popolazioni ignare o ricattate. 

NAPOLI, FATTI VIVA SENNO’ SEI MOLTO MORTA

Maggio 26

Giuliano Ferrara su “Il Foglio” invita la popolazione di Napoli a non farsi sommergere da rifiuti e politici immobili.  Che ne dite?

“Se fossi napoletano mi vergognerei di me. Non tanto per i rifiuti, per la trasandatezza fatale della città, per la brutta figura eccetera. Napoli ha sempre scambiato con il resto del mondo, che la voleva scioccamente sorridente, un suo ghigno indecoroso che mi piace, che affascina ed è regale anche quando è laido, puzzolente. Mi vergognerei piuttosto per la totale assenza di una classe dirigente e per l’indulgenza con cui la città accetta di essere trattata, in mancanza di alternative, come una appendice coloniale fastidiosa e riottosa.

I ministri arrivano in pullman, il governo è in visita all’estero, la conferenza stampa si farà nel palazzo dei Borboni, i proconsoli di lingua endogena abitano i loro appartamenti regionali e municipali ma sono virtualmente esclusi dalla vita pubblica, inabilitati anche alle campagne elettorali, il governo decide per via commissariale da dieci, quindici anni, e non risolve alcunché, adesso si è lodevolmente messo in testa di farla finita; attrezza soluzioni che deve militarizzare, le tiene segrete fin che può, poi giù un po’ di botte contro la ribellione della monnezza.

Uno si domanda: ma c’è a buon bisogno un napoletano di grido, uno straccio di scrittore, di professionista, di magistrato, di accademico, un capopopolo, un filosofo, un armatore, un poliziotto, un magistrato, un calciatore, un bandito, un giornale, un ex prefetto, una lega di donne, un sindacato, una comunità religiosa, un prete, un cristiano come tanti che sappia prendere in mano, non la città, certo, che è fuori controllo da secoli, ma almeno il discorso sulla città? C’è qualcuno che sia in grado di dare un qualunque significato a quello che succede? Questo è l’impudico disastro di Napoli, inquietante e osceno, non il fatto che non si risolvano i problemi, bensì il fatto che la città ha perso la voce, non fa più nemmeno rumore, trasmette l’onda piatta e decerebrata della morte urbana, della fine della fantasia, pure quella in discarica come tutto.

Eppure Napoli è l’intelligenza fatta città. Da sempre è così che ne conosciamo e onoriamo la bellezza, la prestanza culturale, l’ambizione piena di smagata capacità di affabulazione, di persuasione, tutti sempre convinti, edotti, fatti furbi e anche fessi dal Gran Signore Napoletano.charmant capace di spiegare l’inspiegabile. Napoli è una delle grandi anime di questo paese, un suo profilo liberale e borghese e giacobino ma anche aristocratico e schiettamente reazionario, ma sempre ben intagliato nel fiume della parola napoletana, e davvero se quell’anima dovesse rivelarsi mortale il declino del corpo nazionale che la contiene e nutre sarebbe senza speranza.

Cercasi napoletano o gruppo napoletano in grado di spiegare come mai quella è l’unica area urbana al mondo in cui non si riesce a smaltire la spazzatura. Accettasi ogni tipo di spiegazione, anche irridente, surreale, provocatoria, purché si interrompa un lungo e sinistro silenzio. Non tollerasi che tutto finisca con grevi scazzottate con la polizia di don Silvio Berlusconi intorno a dei buchi dove ricoverare le deiezioni della città. Napoli si faccia viva, sennò è molto morta.

MAMMA CHE LAVORONE

Maggio 24

Ancora Marcegaglia, ma sotto un altro punto di vista,  quello di Giuliano Ferrara e dei suoi “Editoriali” su Il Foglio.

“Sarebbe riduttivo e anche un po’ sciocco attribuire al fatto che a parlare era una donna il rilievo che Emma Marcegaglia ha voluto dare, all’atto del suo insediamento alla guida degli industriali italiani, al ruolo delle madri lavoratrici. Il principale deficit della struttura produttiva del nostro Paese è la scarsa partecipazione, inferiore al 50 per cento, delle donne al mercato del lavoro. Il principale problema del Paese è l’invecchiamento, determinato dalla denatalità, che rende difficile dare efficienza a un sistema di sicurezza sociale le cui risorse sono ipotecate dal peso crescente della previdenza, se non altro per ragioni demografiche.

Più donne che lavorano, più donne che partoriscono, sarebbero la soluzione non di “un” problema, ma del problema fondamentale del rischio di declino del Paese. Che a dirlo sia una donna è importante, che a dirlo sia la presidentessa degli industriali molto di più. Ormai tutte le statistiche dimostrano che sono le donne occupate a dare il maggiore contributo alla natalità. Era un dato già da tempo presente nel nord, oggi è esteso a tutto il Paese. Ma la vita della mamma lavoratrice è un percorso di guerra, perché l’organizzazione sociale è ancora costruita sull’arcaica concezione della mamma casalinga, perché le imprese, a cominciare da quelle rappresentate da Emma Marcegaglia, considerano la maternità un costo e un intralcio all’ordinato svolgimento della produzione, perché gli orari sono modellati su uno schema sorpassato, che considera sempre disponibili il tempo della donna per le operazioni di relazione con la burocrazia e i servizi, come se non avesse impegni di lavoro. Fa invidia l’esempio dato, in questo senso, dal governo spagnolo, dove una donna incinta è stata nominata ministro della Difesa. La mamma lavoratrice è la chiave  del superamento del declino italiano e sarebbe bene che sui suoi problemi si concentrasse un’attenzione politica straordinaria, una vera convergenza delle parti sociali, una consapevolezza generale dopo tanti decenni di nefasta sottovalutazione”

La nuova Confindustria

Maggio 23

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Oggi vi invito a commentare l’editoriale di Oscar Giannino sull’insediamento di Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria pubblicato su Libero Mercato.

A noi è piaciuto e molto, il discorso d’insediamento di Emma Marcegaglia al vertice di Confindustria. Chi rimpiange o rimpian gerà le migliori doti oratorie del predecessore non ha capito che era voluto, lo stacco con cui ieri Emma ha pronunciato i suoi enunciati. Si passa da una personalizzazione carismatica - e a volte anche istrionica - alla presentazione istituzionale di un punto di vista che sceglie la serietà di fronte ai problemi, non le battute a effetto. E lo fa anche con un pizzico di personalizzazione che si annida nel dettaglio e non nell’enfasi. Un solo esempio: il predecessore mai e poi mai avrebbe citato Jaroslav Hasek, il geniale sconclusionato anarco-bolscevico, boemo e russo, che tutti conoscono per le avventure del soldato Scvejk ma che è un simbolo perfetto dei paradossi del ‘900, lunatico fondatore del “partito progressista ma nei limiti della legge” per poi diventare rivoluzionario, combattente prima da una parte e poi per l’altra e animatore di riviste in tutte le lingue della Mitteleuropa.
Tra i quattro impegni finali in cui la Marcegaglia ha sintetizzato il suo impegno, c’è anche esattamente quella questione del rinnovo della rappresentanza d’impresa, di cui vi abbiamo parlato ieri. Un motivo in più per riconoscerci in lei. Una sola osservazione, al suo esordio. Attenti: (…)
(…) perché un conto è valutare molto responsabilmente la positiva congiuntura astrale che allinea l’esordio di un nuovo vertice confindustriale, con il venire al pettine del diuturno no opposto in linea di principio dalla Cgil alla contrattazione decentrata, altro è su questo argomento credere che tutto sia a portata di mano. È più che comprensibile, che nel ribadire l’intenzione di Confindustria di giungere al più presto a un accordo innovativo col sindacato, tanto più che il governo attuale a differenza del precedente è convinto e pronto a defiscalizzare in maniera significativa il salario da produttività, la Marcegaglia abbia preferito i toni costruttivi di apprezzamento alle disponibilità finalmente espresse. Ma è altrettanto vero che a quell’accordo bisogna fare in modo di giungere molto presto. prima della prossima legge finanziaria, se possibile. Prima cioè che avvengano tutta una serie di prevedibili sviluppi.
Quali? Il primo è che si sfilacci inevitabilmente l’atmosfera di dialogo tra centrodestra e centrosinistra, che in qualche modo ha certo “aiutato” la parte oltranzista del sindacato a superare i suoi dinieghi pregiudiziali, rispetto alle tenaci disponibilità espresse da tempo dalla Cisl e dalla Uil. Il secondo è che inizi col tempo a profilarsi una possibile resa dei conti a sinistra, rispetto alla quale non è impensabile che anche la successione di Epifani al vertice della Cgil finisca per intrecciarsi. La terza è che i distinti problemi dell’impiego pubblico tornino a diventare condizione prioritaria per i sindacati, rispetto a qualunque accordo realmente innovativo per i contratti decentrati nel settore privato. Ciascuna di queste condizioni è nell’ordine delle cose che possa verificarsi, e a quel punto è fin troppo facile immaginare che la luna di miele attuale lascerebbe il posto a nuovi rinvii. Per questo, ieri non era certo il momento. Ma il nuovo vertice di Confindustria deve mettere in conto tra non troppo tempo proposte anche unilaterali, per sbloccare la situazione e passare prima possibile da un sì di principio ma solo sulla carta, a un confronto su ipotesi concrete.
La nuova presidente tiene e terrà tantissimo, alla rocciosa unità interna, pressoché assoluta, che si è
raccolta intorno al suo nome. Dunque non è molto probabile che nel prossimo futuro la nuova Confindustria ritenga opportuno lasciare mano libera a una parte interna più determinata, nell’incalzare il sindacato sin da subito con interviste e dichiarazioni. È comprensibile anche questo. Ma magari potrebbe trattarsi di un’ipotesi da non tralasciare di considerare.
Un po’ di dialettica interna ed esterna in più, rispetto al monolitismo apparente della precedente gestione che nascondeva molte esitazioni e borbottii, potrebbe rivelarsi anch’esso del tutto fisiologico e positivo, per una Confindustria che torna ad anteporre i fatti concreti all’apparenza, e la sostanza alla fuffa.

Omaggio a Vasco

Maggio 23

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Guarda le immagini della tappa zero del tour di Vasco Rossi

Auguri

Maggio 8

8 maggio 1948. Lo stato d’Israele compie 6o anni. Auguri. Sono felice che questo Stato sia nato, abbia resistito, sia stato un baluardo per i i diritti degli ebrei nel mondo. Mi vergogno di spiegare perchè. Chi non ricorda l’olocausto, o lo nega, secondo me rappresenta un pericolo per sè e per gli altri. Posso capire chi critica, se mosso da sentimenti spontanei. Ma quegli intellettuali e professori di Torino che contestano il diritto all’esistenza dello Stato di Israele mi fanno orrore. Francamente, non sono certo che siano idonei all’insegnamento. In ogni caso rappresentano opinioni ammuffite del secolo scorso. Per fortuna.

E poichè alcuni fuori di testa e dalla storia bruciano le bandiere di Israele come simbolo, io oggi nell’annuiversario nel blog ne metto due.

Perchè difendo Walter

Aprile 30

Veltroni è sottoposto ad un attacco violentissimo dopo le elezioni. Soprattutto, fuoco amico. Lo criticano i reduci della sinistra radicale ( il quotidiano Il Manifesto in prima fila) e gli oligarchi del suo partito, che già lo detestavano al tempo del dialogo sulla possibile riforma elettorale. Per lui è un momento molto difficile, perchè di errori ce ne sono stati sicuramente e i vincitori non risparmiano sberleffi. Avete presente lo striscione? ” Walter santo subito. Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi. Con le politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento . Candidando Rutelli ha perso Roma” . Duro. Ironico. Però, inevitabile. A Roma è stato un derby, dopo la sconfitta lo sfottò è ovvio. Walter incassi e sorrida. Perchè, a mente fredda, delle tre motivazioni per una beatificazione soltanto la terza brucia davvero anche in casa sua. Candidare Rutelli è stato un errore. Clamoroso. Sesquipedale. Un’immagine insopportabile quella del vicepresidente di Prodi riciclato come nuovo. Lo hanno definito, con una battuta “il vecchio che è avanzato” ed è  ancora peggio aver mantenuto attorno a Rutelli quella coalizione scartata senza appello in sede nazionale. I romani sono stati trattati come un cassonetto, come dei gonzi, chiamati soltanto a ratificare una dinastia. Ed hanno reagito come sappiamo. Hanno preso a schiaffi l’arroganza di Rutelli, che non ha sollevato il minimo dubbio di poter funzionare ad intermittenza in ogni carica possibile. E Veltroni, sindaco uscente, deve caricarsi la sua pesante parte. Detto questo, aver contribuito a liquidare il governo Prodi ( ma soprattutto la triste e logora esperienza di un bipolarismo fondato su coalizioni fasulle) e aver mollato i parassiti di un’ideologia anacronistica sono due medaglie che Veltroni farebbe bene ad esporre. Il grande cambiamento, che ha portato l’Italia fuori dal ‘900 è anche merito suo. E non pensiamo che ne sia stato strumento inconsapevole. Siamo convinti che ha cercato ed ottenuto almeno il risultato di far precipitare il grande muro italiano della politica lontana dalla realtà. Era impossibile portare a casa anche il duplice risultato di salvare e far vincere il neonato PD. L’ha posizionato all’opposizione, dopo aver raccolto un plebiscito di tre milioni e mezzo di voti personali per diventare segretario. E promette una dialettica nuova per il nostro paese. Costruttiva, comprensibile, legata ai problemi concreti. Se farà così merita simpatia e appoggio. Anche e soprattutto da parte di chi ha votato Berlusconi, Bossi, Alemanno. Perchè in politica si è davvero grandi se, dopo aver chiarito nettamente la propria posizione, si dedica attenzione a scegliere la posizione dell’avversario, in modo che sia più utile al Paese. Vale per tutte le attività istituzionali basate sull’equilibrio: per processo giusto, è necessario che ad una grande accusa corrispondano uguali poteri e qualità della difesa. Altrimenti diventa una farsa e, alla lunga, stufa. Nei nostri anni, pieni di Di Pietro veri e di imitazioni farsesche, è necessario che si manifestino altrettanti garantisti e liberali. Così, se adesso sappiamo che governerà Berlusconi, ci piacerebbe avere la certezza di un Veltroni all’opposizione. Perchè ha dimostrato coraggio e se venisse travolto da quelli che oggi l’attaccano, dopo essere stati i maggiori responsabili del disastro italiano, il guaio sarebbe grosso. Abbiamo letto in queste ore con attenzione le critiche. Al netto del suicidio di Rutelli, chi attacca Walter? I comunisti nostalgici? Non se ne sente la mancanza. D’Alema e Bersani? Ma non erano i punti di forza di quel famoso geverno Prodi? Ci facciano il piacere. Non ci è mai piaciuta la filosofia del “tanto peggio, tanto meglio”, perchè ha portato sempre e soltanto il peggio. Ecco perchè almeno fino alla realizzazione delle riforme urgenti facciamo il tifo perchè Walter resti al suo posto.

Grazie Roma

Aprile 28

Il titolo è un pò aggressivo, ma i tempi lo richiedono. Non se ne può più di sentire analisi sciocche su un voto forte e chiaro come un terremoto. E’ necessario ringraziare gli elettori di Roma perchè hanno fatto piazza pulita come il vento delle banalità. Il risultato di Roma ha suggellato una tornata elettorale storica come il 18 aprile 1948. Lì si voltò pagina dal dopoguerra, iniziò la seconda metà del secolo. Oggi gli italiani hanno mostrato la volontà definitiva di uscire dal novecento, dalle sue ideologie, i suoi schemi, i suoi partiti. E’ crollato tuto in 15 giorni, altro che analisi del voto leghista e dei problemi del Nord. In Italia con almeno 10 anni di ritardo si è manifestata la stesa tendenza che ha scosso da molti anni l’intera Europa, dopo il crollo del Muro di Berlino, nel 1989. Ci abbiamo messo più tempo degli altri perchè abbiamo maggiori incrostazioni, ma adesso cambia davvero tutto. Chi ha parlato in questi giorni dell’importanza di Bossi, spieghi adesso cosa è successo nella Capitale. A Roma da 15 anni ha governato la città il medesimo sistema di potere, sembrava intoccabile. E’ andato giù come le Mura di Gerico. E il tonfo di Rutelli può diventare una valanga anche per Veltroni. Anche in questo caso, abbiamo sentito analisi ridicole. La sicurezza non è un qualsiasi tema che possa essere più o meno strumentalizzato. Come ha spiegato Giampaolo Pansa, l’insicurezza è il sentimento più diffuso nella popolazione italiana. Piaccia o no, è la prova del nove per la nuova classe politica. Ma neppure il tema della sicurezza, caro Rutelli, basta a spiegare perchè tanti elettori democratici non sono andatii a votare al secondo turno. Oppure, perchè tantissimi hanno fatto segretamente il tifo per Alemanno, sognando di vedere al tappeto Veltroni. Probabilmente Walter non lo merita, ma andatelo a spiegare a Prodi, che non è ancora convinto di avere raccolto un plebiscito negativo sul suo governo. E Veltroni, dopo averlo praticamente ammesso in pubblico, che fa’ ? Candida al suo posto in Campidoglio il vicepresidente di Prodi, Francesco Rutelli, che si presenta con una coalizione estesa a quegli stessi alleati che il PD aveva scartato addossandogli tutte le colpe del mondo? Ma allora pensano davvero che i romani siano peggio di come li dipinge Bossi:  metà furbastri e metà cretini. Se, dopo le elezioni politiche, i grandi analisti di regime hanno selezionato l’elettore leghista come un elettore ignoto capace di capovolgere sondaggi addomesticati, allora  indichiamo noi una categoria di elettori noti, che certamente hanno contribuito al risultato i Roma. I tassisti romani si sono comportati come una falange macedone. In tempi di assenza dei partiti, il porta a porta che le televisioni descrivono nei paesi della Padania, nelle strade della Capitale lo hanno fatto loro. Sportello a sportello, hanno parlato con migliaia di romani. ” Di questi- dicevano - non se ne può più. Dopo Veltroni, torma Rutelli. Comandano sempre gli stessi” . Sembrerà  una sciocchezza, ma è andata proprio come dicevano loro. Non è strano. In tutta Italia era già andata come dicevano altri esattamente uguali contro Visco e le sue tasse. Adesso si riparte, speriamo senza accantonare le riforme e senza più analisi di comodo.

Il Selvaggio Nord

Aprile 23

Sul Riformista di oggi leggo, a firma Francesco Bonami, un parallelo tra il leghista Roberto Calderoli e l’esibizione televisiva arrogante dell’architetto di sinistra Fuksas. Secondo Bonami, i comportamenti dei due, ugualmente qualunquisti, sarebbero uno il contrappasso dell’altro. Colgo la provocazione e l’ironia, ma la riflessione mi sembra vecchia e superficiale. Come tante banalità lette in questi giorni a proposito della riscoperta politica del Nord. Suggerisco un’altra chiave, altrettanto provocatoria: perchè non provate a paragonare Calderoli a Montezemolo? Cosa c’è in Italia di più snob, di più politicamente corretto di Luca Cordero? Lui è in sè un “salotto buono”, non ha neppure bisogno di esserne membro onorario. E’ considerato il colmo       dell’eleganza e della raffinatezza, non a caso il suo fondo si chiama Charme. Ma cosa ha fatto dopo le elezioni? Ha maramaldeggiato, come mai aveva fatto prima, contro un sindacato in difficoltà. Sembrava in cerca di un’occasione per smarcarsi dalle compagnie precedenti, scomode e sconfitte, per iscriversi al foltissimo gruppo dei vincitori. Roberto Calderoli, al contrario, è dipinto dai buongustai dei giornali come il minimo della raffinatezza. Le sue battute sono amplificate e derise. La sua proposta di impronte digitali per gli immigrati è stata descritta come l’anticamera di Auschwitz, salvo essere ripresa molti mesi dopo dai più noti esponenti democratici. ( Ma cosa sarebbe successo se Calderoli si fosse presentato sei mesi fa in televisione con il braccialetto antiviolenza esibito da Rutelli?). Ebbene, Calderoli ha replicato a Montezemolo, invitandolo a non infierire sui sindacati ed ha invece preso l’iniziativa politica di suggerire al Pd un accordo di tregua con il governo per i prossimi tre anni, per realizzare un programma  utile al paese. Se non ci fossero i noti pregiudizi giornalistici, sarebbe evidente una maggiore lucidità e moderazione tra Calderoli e Montezemolo. Altro che paragoni con Fuksas, che ha trovato una serata sbagliata in una carriera brillante. Purtroppo, i pregiudizi ci sono da molti anni. Tanto è vero che ancora registriamo interrogativi sul NordItalia, come se fosse un Paese sconosciuto da esplorare. Rispondo semplicemente: non moltissimi anni fa, per conoscere gli umori del Nord bastava sfogliare quotidianamente il grande giornale della borghesia lombarda e italiana, il Corriere della Sera. Se oggi non basta più, se quel giornale rappresenta tutto, tranne il punto di vista prevalente del suo bacino di lettori, l’errore va cercato là. Bisognerebbe chiedersi come mai i suoi giornalisti scrivono “la Casta”, sui vizi dei politici dei quali si sa tutto e non sanno descrivere prima delle elezioni cosa sta cambiano in Lombardia e in Veneto. Il Corriere oggi è più romano del Messaggero e la colpa è dei suoi editori. Troppi e irresponsabili.