Archivio della categoria ‘Il direttore’

Lo smemorato

Agosto 2

Beppe Severgnini, nella rubrica sul Magazine del Corriere risponde a un lettore che accusa Tronchetti Provera. ” E’ duro credere che Tavaroli abbia potuto usare per anni tante risorse (milioni di euro, dozzine di persone) in completa autonomia. Se i capi davvero non sapevano niente, bè, è una colpa grave. Che richiederebbe ,come minimo, scuse pubbliche; e non mi sembra siano arrivate”. Educato, Severgnini. Ma ipocrita come pochi. Poichè le accuse a Tronchetti circolano da oltre un anno, sostenute da una campagna di Repubblica, viene spontaneo chiedere come mai finora l’acuto commentatore non avesse maturato da tempo una propria opinione. La stessa banalità delle scuse che auspica oggi, poteva sostenerla da mesi, senza fingere sorpresa. Troppo facile notare che Tronchetti, finchè era al vertce di Telecom aveva un’importante ruolo nella propietà del Corriere. Per questo Severgnini esitava a pretendere le scuse? Se è così, le scuse le faccia lui per aver taciuto per prudenza, oppure la smetta di cavalcare un’accusa che per Repubblica è una battaglia all’ultimo sangue, ma per gli altri giornali è ridicola, tanto più che ha ripreso fiato dal proscioglimento di Tronchetti.Lo stesso Magazine, poi, dieci pagine dopo Severgnini pubblica il lapidario commento di Pietro Calabrese: “Conosco personalmente Piero Fassino,Nicola Rossi e Tronchetti Provera da molti anni e bisogna essere davvero dei mascalzoni per accusarli di quello che ho letto nei giorni scorsi sui giornali. Ce l’ha anche con Severgnini?

Contrada, un briciolo di umanità

Luglio 24

Bruno Contrada

L’ex agente del Sisde lascia il carcere e sconterà la pena ai domiciliari, come chiesto dallo stesso sostituto procuratore generale. Peppino Caldarola sul “Riformista” di giovedì 24 luglio ha commentato e spiegato la scelta della Procura.

“C’è la svolta nel caso Contrada. Il sostituto procuratore generale Ugo Ricciardi ha dato parere favorevole al differimento della pena per l’ex prefetto e i giudici di sorveglianza di Napoli stanno decidendo. Rivoli di umanità emergono nella lunga e dolorosa trafila giudiziaria del superpoliziotto palermitano.

II Riformista, anche con i corsivi di Mambo, è più volte intervenuto per sollecitare un provvedimento di clemenza. Non lo abbiamo fatto da soli. Nella sinistra siamo stati soli e isolati. Ma avevamo ragione. Contrada ha perso 22 chili nell’ultimo anno. Le sue patologie si sono aggravate. La famiglia temeva di perderlo. Ha chiesto, in una clamorosa dichiarazione, l’eutanasia per uscire dalla sofferenza. Contrada era chiuso in un carcere di massima sicurezza militare dopo la condanna a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Stava, sta morendo.

Sconta una condanna dura che ribaltava una vita intera spesa al servizio dello Stato. Lo hanno accusato non si sa quanti pentiti, forse cinque o sei, fra cui Buscetta e Gaspare Mutolo. In ogni deposizione dei «collaboranti» non c’era un fatto a prova della contiguità del prefetto Contrada con la mafia. Le confessioni riportavano il sentito dire di una sua disponibilità ad aiutare Cosa Nostra. Sono stati i boatos di mafia a condannare quest’uomo burbero e brusco con la faccia da attore francese del dopoguerra. Più pentiti, recita la legge, fanno una prova anche quando una prova non c’è.

Non si può dire che Contrada non avesse nemici fra i mafiosi. L’intera sua carriera si è svolta nella lotta contro la grande criminalità, a partire da quando era dirigente della Sezione Volanti della Questura di Palermo e poi capo della Catturandi, fino all’impegno nel Sisde, il servizio segreto interno, destinato alla repressione sia in Sicilia e poinel Lazio dell’attività mafiosa. È stato nella squadra del mitico Boris Giuliano, il grande poliziotto che in questi giorni abbiamo ricordato nell’anniversario del suo assassinio. Anche Contrada è stato un grande poliziotto che si è fatto tanti nemici.

La vicenda di Contrada si presta a diverse considerazioni. Le ultime riguardano la sua battaglia per vivere e morire, speriamo fra tantissimo tempo, in dignità. La carcerazione per mafia è la pena più grande per chi ha lottato contro la mafia. Contrada non sopportava più né la segregazione né le ragioni della segregazione. Mi addolora non aver trovato sensibilità a sinistra sul suo caso. Da questa parte, le teorie colpevoliste hanno più successo di quelle innocentiste e Contrada era stato incarcerato, in aggiunta, da magistrati considerati campioni della lotta antimafia, quindi non poteva non esser colpevole. La seconda considerazione riguarda il modo di condurre la lotta alla mafia. La dico tutta. Troppo spesso differenti interpretazioni di questa lotta hanno portato a settori dello Stato contro altri settori. A parte i casi palesi di connivenza, spesso si sono contrapposte due o più linee e spesso la contrapposizione ha portato a processi e ad accuse infamanti. E tuttora in corso un processo contro il prefetto Mori, prefetto e generale dei Carabinieri, per i giorni successivi all’arresto di Riina. Anche qui si sente la mancanza di una cultura garantista nelle pubblica opinione, una deriva accusatoria. Stabilita la linea maggioritaria per combattere la Cosa Nostra, chiunque avesse deviato veniva considerato un nemico, peggio un colluso. Ho la sensazione che molte delle accuse a Contrada vengano da questa cultura. C’è di più. Il tema dell’attendibilità dei pentiti è stata la questione chiave della recente storia politico-giudiziaria italiana.

I pentiti sono stati decisivi nello smantellare la mafia ovvero una parte della sua organizzazione, comunque nel rivelare comportamenti, connessioni, riti. Buscetta è stato il primo e il più importante. L’ho conosciuto bene. Ho preso con lui l’impegno di non raccontare i nostri colloqui. Non mi ha fatto rivelazioni, mi ha solo raccontato a cuore aperto i drammi della sua vita disperata. Ho conosciuto la persona Buscetta, non il pentito Buscetta. Ne ho scritto solo in occasione della sua morte. Poi niente altro. Devo dire però che forte è in me l’impressione che quest’uomo, un vero pentito, avesse interpretato in modo abnorme il suo ruolo di giustiziere. Non sempre la magistratura ha mostrato di voler affiancare alle deposizioni dei pentiti prove fattuali che in qualunque altro paese sarebbero obbligatorie. E’ stata una deformazione, dettata dall’emergenza, dell’attività giudiziaria di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze”

Ossessioni di famiglia

Giugno 25

Spunto di riflessione sull’attualità politica italiana, tratto da “Il Giornale”

“Esercitazione per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri che Silvio Berlusconi, dal 1993, è stato oggetto della seguente attenzione: Firenze lo indaga per mafia: archiviata; Palmi per massoneria: archiviata; Milano per corruzione su verifiche fiscali: assolto; per falso in bilancio legato ad acquisto calciatore Lentini: prescrizione, assolto; stessa accusa per Fininvest: prescrizione, assolto. Milano per spartizione pubblicitaria Rai e Fininvest: prescrizione, assolto; per corruzione e falso in bilancio: assolto. Per frode fiscale e appropriazione indebita e falso in bilancio per acquisto terreno Macherio: assolto e amnistia. Palermo per associazione mafiosa poi derubricata in concorso esterno e riciclaggio: archiviata. Caltanissetta per concorso in strage per le bombe del 1993: archiviata. Milano per falso in bilancio per l’affare Medusa, assolto; per caso All Iberian, prescrizione; anche per la gemella All Iberian 2, assolto; su Sme 1 e Sme 2: assoluzione e archiviazione; per falso in bilancio in affare Medusa: assolto; per tangenti fiscali Telepiù, prescrizione, assolto; per corruzione in atti giudiziari per il lodo Mondadori: prescrizione, assolto: per diritti televisivi e corruzione del teste David Mills: in corso. Roma per raccomandazione vallette Rai: in corso. Ciò posto, il candidato ha 18 minuti per commentare l’ultimo editoriale di Famiglia Cristiana così titolato: «Berlusconi ha l’ossessione dei pm».

Filippo Facci

La lettera di Berlusconi

Giugno 17

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Ecco il testo integrale della lettera inviata da Silvio Berlusconi al presidente del Senato Renato Schifani e pubblicata sul Giornale

Caro Presidente, come Le è noto stamane i relatori senatori Berselli e Vizzini, hanno presentato al cosiddetto “decreto sicurezza” un emendamento volto a stabilire criteri di priorità per la trattazione dei processi più urgenti e che destano particolare allarme sociale.

In tale emendamento si statuisce la assoluta necessità di offrire priorità di trattazione da parte dell’Autorità Giudiziaria ai reati più recenti, anche in relazione alle modifiche operate in tema di giudizio direttissimo e di giudizio immediato. Questa sospensione di un anno consentirà alla magistratura di occuparsi dei reati più urgenti e nel frattempo al governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accelerazione dei processi penali, pur nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali.

I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica. Ho quindi preso visione della situazione processuale ed ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria. Proprio oggi, infatti, mi è stato reso noto, e ciò sarà oggetto di una mia immediata dichiarazione di ricusazione, che la presidente di tale collegio ha ripetutamente e pubblicamente assunto posizioni di netto e violento contrasto con il governo che ho avuto l’onore di guidare dal 2001 al 2006, accusandomi espressamente e per iscritto di aver determinato atti legislativi a me favorevoli, che fra l’altro oggi si troverebbe a poter disapplicare.

Quindi, ancora una volta, secondo l’opposizione l’emendamento presentato dai due relatori, che è un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività e che consentirà di offrire ai cittadini una risposta forte per i reati più gravi e più recenti, non dovrebbe essere approvato solo perché si applicherebbe anche ad un processo nel quale sono ingiustamente e incredibilmente coinvolto.

Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale. Sono quindi assolutamente convinto, dopo essere stato aggredito con infiniti processi e migliaia di udienze che mi hanno gravato di enormi costi umani ed economici, che sia indispensabile introdurre anche nel nostro Paese quella norma di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato e degli organi costituzionali, sospendendo i processi e la relativa prescrizione, per la loro durata in carica. Questa norma è già stata riconosciuta come condivisibile in termini di principio anche dalla nostra Corte Costituzionale. La informo quindi che proporrò al Consiglio dei ministri di esprimere parere favorevole sull’emendamento in oggetto e di presentare un disegno di legge per evitare che si possa continuare ad utilizzare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato.

Cordialmente, Silvio Berlusconi

Tremonti è proprio ganzo

Giugno 16

Dal Foglio di oggi un editoriale di Giuliano Ferrara che vi invito a commentare: 

Non riesco ancora a capire se in generale abbia torto o ragione. Propendo all’ingrosso per il torto. La sua verve apocalittica mi mette in sospetto. Questa evocazione della paura. Questa offerta continua di tutela. Questa improvvisa scoperta dei “valori”. Questo ventinovismo, che dovrebbe portarci a un’autoritativa riscoperta del comando dello stato in economia, sub specie roosveltiana o colbertiana. Il capitalismo ha dei limiti, ovvio. La sua forma globale pone qualche serio problema, chi lo nega. Il nostro ministro finanziario in capo ha tutto il diritto di ragionare su queste cose con quel suo fare malizioso. Ma diffido del suo carattere, pur riconoscendogliene uno, il che è enorme nella politica italiana. Se continua così, però, finisco dritto dritto tra i sedotti di Giulio Tremonti. Il tipo è proprio ganzo.
I numeri di Osaka furono da grande repertorio. Annunciò che dopodomani mercoledì in Consiglio dei ministri, alle ore 17 e 30, varerà tre leggi finanziarie. Che porterà al pareggio di bilancio secondo il calendario europeo, appunto in tre anni. Che ha convinto i poteri locali a rinunciare a una massa di trasferimenti di risorse sempre maggiore, progressivamente maggiore, di qui al 2011. Che farà il federalismo fiscale, cioè la più grande ristrutturazione del bilancio pubblico, di valore costituzionale e di impatto radicale, della storia della Repubblica. Che la farà con procedura legislativa ordinaria, a partire dal prossimo mese di settembre, e che ha cominciato a discuterne a Milano con i capi dell’opposizione, sindaci presidenti di Regione e ministri ombra. Sta intanto mettendo ordine nei numeri, perché se deve cambiare il criterio della distribuzione delle risorse fiscali nel territorio nazionale, è ovvio che è necessario sapere bene come vanno le cose adesso.
In uno speciale dopocena giapponese, Tremonti non ha soltanto annunciato, sarebbe roba da cortile di casa, da provinciale, che non ci sarà più il mercato nero degli emendamenti, con tutto il corteggio di blocco del Parlamento nella sessione di bilancio dedicata al baratto e di dissoluzione di ogni politica economica nel tanto-a-me e tanto-a-te. Non ha solo promesso che mercoledì prossimo un insieme a sorpresa di provvedimenti triennali ci libererà del vecchio spettacolino da fiera paesana, e per i prossimi tre anni. Non si è limitato ad accennare a un consenso che è già acquisito, a un sostanziale governo bipartisan della riforma federalista che è il frutto del “nuovo clima” benedetto dal Papa, ha fatto altro. E che. altro.
Tra i numeri di Tremonti e le sue promesse per dopodomani c’è anche la tassa bellissima, quella che trasferisce ricchezza direttamente dalle tasche della speculazione sul petrolio a quelle di chi soffre per mancanza di cibo in seguito alla speculazione sul frumento e sul riso, una Robin tax da non confondere con l’ideologica Tobin tax, l’imposta contro il libero commercio dei capitali: una tassa che farà da modello per l’Europa, alla quale è stata già proposta nelle debite forme, sollevando meraviglia per tanta impudente sicurezza italiana. E c’è anche una proposta che ha sconcertato a Londra, a New York e a Chicago i mercati dei futures, strumenti finanziari sofisticati e molto inclini al comportamento speculativo: siccome ci sono più contratti che barili, dice Tremonti, siccome l’Agenzia internazionale per l’energia ha confermato che la follia dei prezzi petroliferi e del grano negli ultimi sei mesi dipende da un’ondata speculativa promossa dal capitale finanziario alla ricerca di nuovo spazio nella crisi dei derivati e dei mutui subprime, allora la politica deve discretamente suggerire che il mercato si autoregoli, se non voglia sopportare qualche seria bacchettata antispeculativa, e che aumenti il deposito cauzionale necessario a scambiare gli strumenti che alimentano la speculazione sul greggio e sulle materie prime.
Agli ambienti americani che lamentavano l’ardimento della proposta, una costosa certificazione di mercato del carattere speculativo dei borsini attuali delle materie prime sul cui mercato loro signoreggiano, un Tremontí che ormai si comporta come un Mattei del XXI secolo, spiritoso e spavaldo, ha opposto che “la gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo”. Stupendo. Gaddiano. Bisogna che ci convinca anche del suo realismo. E non ce ne sarà più per nessuno. Wait and see. Mercoledì non è poi così lontano.

Il fronte del no con la toga

Giugno 7

I giudici dicono no al reato di clandestinità, no alla Superprocura sui rifiuti… Ecco uno spunto di riflessione offerto da Mario Cervi su “Il Giornale”

“È una convinzione che viene da lontano quella dei magistrati - alcuni magistrati - d’essere non servitori dello Stato cui spetta d’applicare le leggi, ma detentori di supreme verità sociali e morali. In questa versione sublimata i giudici e i Pm debbono tutelare, più di quanto faccia il Quirinale, più di quanto faccia il Parlamento, più di quanto faccia la Corte costituzionale, i supremi valori della Repubblica. Oppongono i loro dinieghi nel nome d’una sacralità del diritto e dei diritti sulla quale ritengono d’essere gli unici a potersi pronunciare.
Ho osservato che questa concezione è tutt’altro che nuova. Essa fu applicata nel 1994, con melodrammatica enfasi mediatica, dal pool di «Mani pulite», per bloccare un decreto dell’allora guardasigilli Biondi che limitava la possibilità d’arrestare chi non fosse indiziato di reati gravissimi. Il pm Antonio Di Pietro si presentò in televisione e con voce rotta annunciò le dimissioni sue e dell’intero pool. Il decreto fu ritirato. Le dimissioni anche. Adesso manca il ricorso alla sceneggiata, ma i no rimangono. Aprendo il congresso dell’Associazione nazionale magistrati il presidente Luca Palamara ne ha allineato un bel numero: alcuni stagionati, altri attuali. No al reato di clandestinità, no alla clandestinità come aggravante per chi deve rispondere d’altro, no alla superprocura contro l’emergenza rifiuti, no alla separazione delle carriere. Quanto alle correnti dell’Anm, Palamara ha detto che sono l’espressione «dei diversi modi di intendere il mestiere del magistrato». Ma quanti modi ci sono? Sarebbero gradite ulteriori delucidazioni.
Questo per l’Anm. Ma anche le singole toghe si danno da fare. Un giudice di Milano ha ritenuto «manifestamente irragionevole» la già accennata aggravante della clandestinità, un suo collega l’ha collegata a «contingenti ragioni di politica emergenziale e sicuritaria (sic!)» (Per verità in un diverso processo un diverso giudice - sempre a Milano - è stato di parere opposto, a conferma di quanto siano coerenti e certe, nell’applicazione pratica, le leggi italiane).
Un nuovo 1994? Non fino a quel punto. L’ho già accennato, non ci sono drammi in Tv, ed è una differenza positiva. Ma c’è anche, a mio avviso, una differenza peggiorativa. I giudici «redentori» di «Mani pulite» si sentivano interpreti e guide d’un moto collettivo di ribellione e di indignazione. Con i loro no alcuni giudici d’oggi contrastano invece un’azione - contro l’immigrazione illegale, contro lo scandalo dei rifiuti - che gode del più ampio sostegno popolare, e che perfino una parte dell’opposizione parlamentare condivide. Questi giudici del no rappresentano solo se stessi.”

L’apatia della sinistra

Giugno 4

Dal “Riformista” di oggi uno spunto di riflessione:

“C’è qualcosa che non va nella sinistra. Una timidezza a sostenere con convinzione e passione le sue stesse idee. Si è notato in questa mobilitazione per il popolo iraniano di cui è stato protagonista il nostro giornale. E stavolta non ce l’abbiamo tanto con il Pd, dal quale anzi si sono levate molte voci a sostegno della protesta contro il tiranno iraniano. Ieri Veltroni, dopo aver diligentemente deplorato Ahmadinejad con parole ferme,  non è venuto in Campidoglio: anche se ombra, è pur sempre il premier, e forse non sta bene per un premier fare manifestazioni. Ma in piazza c’era Goffredo Bettini, come rappresentante ufficiale del coordinamento democratico. Non si è risparmiato Piero Fassino, ministro ombra degli Esteri. Lui c’è sempre. Ha aderito fin dal primo giorno al nostro appello. E così Gianni Vernetti, Roberto Giachetti, Enrico Gasbarra, in prima fila sui diritti umani. Barbara Pollastrini, coerente nel difendere i gay in Italia ma anche in Iran. Francesco Rutelli, nonostante il suo nuovo ruolo istituzionale. Tanti militanti semplici, che ci hanno scritto e sono venuti al Campidoglio. Ci hanno invece colpito in negativo certe assenze e certi silenzi. L’Unità ieri non ha nemmeno dato notizia delle manifestazioni contro Ahmadinejad. Repubblica si è invece schierata per la stretta di mano col tiranno, e contro il suo isolamento diplomatico. I giornali della sinistra radicale sono troppo impegnati nel denunciare la xenofobia della Lega che vuole espellere i clandestini per occuparsi del razzismo di Ahmadinejad, che gli israeliani vuole proprio cancellarli. La sinistra non si appassiona più a niente, questo è il suo problema. Fa il suo compitino quotidiano in nome di valori che non le scaldano più il cuore, e si vede. Ha i valori giusti, ma non ha più il coraggio di difenderli”

Mal di Roma

Maggio 28

Oggi vi invito a commentare un editoriale del Foglio sulla rissa tra studenti di destra e di sinistra davanti alla Sapienza di Roma.

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A Roma soffia un brutto vento infuocato di botte fra estremisti che si alimenta della peggiore sottocultura di destra e di sinistra. E che non dovrebbe trovare altro combustibile nello sguardo cisposo dell’informazione. Come invece rischia di accadere, a giudicare da come alcuni giornali si preparavano ieri a raccontare la febbrile scazzottata fra i neofascisti di Forza nuova esclusi dall’Università la Sapienza e i collettivi studenteschi. La circostanza è penosa e vile a prescindere da chi abbia attaccato per primo, perché c’è una censura ideologica che impedisce a qualcuno di parlare (nella rossissima facoltà di Lettere e filosofia, per un convegno sulle foibe organizzato da Forza nuova), perché questo qualcuno è sospettabile d’aver usato il bastone per rivalersi sui censori e perché altri, i collettivi, sono sospettati invece d’aver impugnato le proprie armi per sottolineare il significato dell’esclusione inflitta al nemico. Ma non è la prima volta né la peggiore.
Il lato plumbeo della faccenda riguarda Roma nel suo complesso, la capitale conquistata dal Lupomanno della destra fra clangori di riscossa, paure sociali e richieste di sicurezza disattese. La sinistra sottoculturale si è lasciata subito vincere da una coazione fredda a ritmare il nuovo allarme antifascista, ha strumentalizzato l’aggressione borgatara del Pigneto e cerca di collocarla in un fantasmatico clima di squadrismo xenofobo e persecutorio nel quale, potendo, contemplerebbe perfino i roghi campani e quel maledetto tossicodipendente da curva calcistica che ha investito e ucciso una coppia di disgraziati (attenzione: la nuova frontiera dell’accusa infamante sta diventando l’appartenenza al tifo organizzato). Siamo già costretti a esaminare un nuovo mal di Roma? Per ora siamo di fronte a una pratica intellettualmente debole e che tuttavia, se assecondata dalla coscienza rancorosa degli sconfitti, pare destinata a perdurare e incrudelire. Anche perché nella sottocultura di destra ci sarà sempre qualche imbecille in buona o cattiva fede, gonfio di risentimenti antichi, disponibile al gioco di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e con intenzioni demenziali. Più delle censure di Alemanno e dei suoi subalterni, e più ancora di un’auspicabile resipiscenza della sinistra urbanizzata, conterà l’atteggiamento dei mezzi d’informazione. Ogni slealtà umana e giornalistica potrebbe avere lo stesso effetto di una bastonata.

Napoli, Somalia

Maggio 26

Cari amici, vedo che si raccontano un sacco di bugie in giro e rsipondo senza giri di parole. Vedo che ci sono uomini delle istituzioni, dal rango di amministratori locali fino ad ex ministri, che giocano con la violenza altrui come bambini con la polvere da sparo. Alcuni aizzano la guerriglia, facendo finta di non capire che si rischia qualche grosso guaio. Altri la giustificano, accennando ad esagerazioni da parte delle Forze dell’Ordine. Sono posizioni irresponsabili, peggio che illegali. Se l’idea è quella di bloccare l’avvio delle discariche, lo smaltimento dei rifiuti, la costruzione dei termovalorizzatori, è demenza pura, contraria all’interesse del popolo italiano e napoletano, ma pur sempre legittima. La si dichiari apertamente e si affrontino le conseguenze. Via gli amministratori fuorilegge, siano fatti decadere dalla carica, proprio come i camorristi conclamati e massima severità, fino all’arresto , per i manifestanti, legittimi ma abusivi. Come avviene in ogni parte del mondo. Con la massima attenzione a non far degenerare la violenza. Compito, questo, nel quale le Forze dell’Ordine sono sempre più brave dei manifestanti. Altrimenti la nostra democrazia sarebbe morta in culla. Se invece si vuole sollevare sottobanco, senza assunzione di responsabilità, una sottile polemica antigovernativa appoggiando cinicamente qualsiasi tipo di protesta, allora le intenzioni di simili incoscienti vanno smascherate e denunciate? Per chi lavorano? Per lo status quo dell’immondizia, che hanno provocato e alimentano da mesi e anni? Oppure per mantenere intatta la realtà così come si è manifestata a tutti nello splendido film Gomorra? Nel film ( e nel libro di Saviano) si vede chiaramente la realtà quotidiana, insoportabile per un paese civile. Altro che violenza poliziesca. ce ne vorrebbe molta di più e ce ne vorrà certamente per sradicare la dittatura velenosa della camorra. Non sarà un pranzo di gala e forse serviranno tecnici specializzati e truppe scelte per riportare dentro i confini del vivere civile, della democrazia e del vivere civile una enorme area fuoriuscita da anni dalle leggi dello Stato. E’ legittimo non condividere il progetto e non gettarsi con entusiasmo nell’impresa. Ognuno coltivi i propri dubbi in democrazia. Chi rema contro, aizza o copre la guerriglia, diffama le Forze dell’Ordine in prima linea, questa volta va indicato chiaramente. Da parte mia, avanzo una modesta proposta. Poichè i termovalorizzatori , dopo aver smaltito i rifiuti eccedenti ed ammortizzato i costi , produrranno anche in Campania una ricchezza ed un utile, come in tutte le altre parti del mondo, perchè non si fanno compartecipare agli utili i Comuni che oggi sono siti delle discariche provvisorie? E’ una specie di risarcimento generazionale. Il sacrificio di oggi può essere ricompensato con i benefici prodotti dai termovalorizzatori tra vent’anni. Una staffetta tra pdri e figli. Meglio del nulla in nome del quale vengono mandate allo sbaraglio popolazioni ignare o ricattate. 

NAPOLI, FATTI VIVA SENNO’ SEI MOLTO MORTA

Maggio 26

Giuliano Ferrara su “Il Foglio” invita la popolazione di Napoli a non farsi sommergere da rifiuti e politici immobili.  Che ne dite?

“Se fossi napoletano mi vergognerei di me. Non tanto per i rifiuti, per la trasandatezza fatale della città, per la brutta figura eccetera. Napoli ha sempre scambiato con il resto del mondo, che la voleva scioccamente sorridente, un suo ghigno indecoroso che mi piace, che affascina ed è regale anche quando è laido, puzzolente. Mi vergognerei piuttosto per la totale assenza di una classe dirigente e per l’indulgenza con cui la città accetta di essere trattata, in mancanza di alternative, come una appendice coloniale fastidiosa e riottosa.

I ministri arrivano in pullman, il governo è in visita all’estero, la conferenza stampa si farà nel palazzo dei Borboni, i proconsoli di lingua endogena abitano i loro appartamenti regionali e municipali ma sono virtualmente esclusi dalla vita pubblica, inabilitati anche alle campagne elettorali, il governo decide per via commissariale da dieci, quindici anni, e non risolve alcunché, adesso si è lodevolmente messo in testa di farla finita; attrezza soluzioni che deve militarizzare, le tiene segrete fin che può, poi giù un po’ di botte contro la ribellione della monnezza.

Uno si domanda: ma c’è a buon bisogno un napoletano di grido, uno straccio di scrittore, di professionista, di magistrato, di accademico, un capopopolo, un filosofo, un armatore, un poliziotto, un magistrato, un calciatore, un bandito, un giornale, un ex prefetto, una lega di donne, un sindacato, una comunità religiosa, un prete, un cristiano come tanti che sappia prendere in mano, non la città, certo, che è fuori controllo da secoli, ma almeno il discorso sulla città? C’è qualcuno che sia in grado di dare un qualunque significato a quello che succede? Questo è l’impudico disastro di Napoli, inquietante e osceno, non il fatto che non si risolvano i problemi, bensì il fatto che la città ha perso la voce, non fa più nemmeno rumore, trasmette l’onda piatta e decerebrata della morte urbana, della fine della fantasia, pure quella in discarica come tutto.

Eppure Napoli è l’intelligenza fatta città. Da sempre è così che ne conosciamo e onoriamo la bellezza, la prestanza culturale, l’ambizione piena di smagata capacità di affabulazione, di persuasione, tutti sempre convinti, edotti, fatti furbi e anche fessi dal Gran Signore Napoletano.charmant capace di spiegare l’inspiegabile. Napoli è una delle grandi anime di questo paese, un suo profilo liberale e borghese e giacobino ma anche aristocratico e schiettamente reazionario, ma sempre ben intagliato nel fiume della parola napoletana, e davvero se quell’anima dovesse rivelarsi mortale il declino del corpo nazionale che la contiene e nutre sarebbe senza speranza.

Cercasi napoletano o gruppo napoletano in grado di spiegare come mai quella è l’unica area urbana al mondo in cui non si riesce a smaltire la spazzatura. Accettasi ogni tipo di spiegazione, anche irridente, surreale, provocatoria, purché si interrompa un lungo e sinistro silenzio. Non tollerasi che tutto finisca con grevi scazzottate con la polizia di don Silvio Berlusconi intorno a dei buchi dove ricoverare le deiezioni della città. Napoli si faccia viva, sennò è molto morta.