Le tre da ricordare
Nella rubrica di Tgcom il direttore parla di Obama a Oslo per la consegna del Nobel, del processo breve e di Prodi consulente per la tv cinese. Guarda il video
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Nella rubrica di Tgcom il direttore parla della accuse della stampa a Berlusconi, del referendum in Svizzera sui minareti e del ko della Juventus.
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di Gianluca Ansalone per Sussidiario.net
Nell’annuncio fatto dai vertici politici e religiosi iraniani sulla presenza conclamata di un secondo reattore nucleare già attivo alle porte della città santa di Qom possiamo riscontrare alcune novità strategiche e alcuni elementi di continuità con il passato recente.
Il tema principale, però, attiene gli obiettivi geopolitici e strategici dell’Iran posto che, sin dagli anni della Guerra Fredda, la bomba atomica è sempre stata uno strumento e non un fine. Con la caduta di Saddam Hussein nel vicino Iraq, la crescita esponenziale del potere wahaabita, che fa capo all’Arabia Saudita, negli anni delle due Presidenze Bush, con il prezzo del barile del petrolio salito alle stelle negli ultimi anni, l’Iran sa di poter giocare questa volta la posta massima al tavolo da poker del bluff nuclerare.Perché esattamente di un bluff si tratta, visto che nessun Paese dotato di una sola testata atomica sarebbe così folle da utilizzarla. La penalità da pagare sarebbe la scomparsa del Paese stesso dalla carta geografica, senza possibilità di appello. L’Iran è alla ricerca di un pieno riconoscimento dello status di potenza regionale di primo piano, che oggi appartiene a governi quali quello saudita o quello turco. La finestra di opportunità aperta dalla instabilità della regione, dall’Iraq all’Afghanistan, fa si’ che i piani iraniani possano essere disvelati senza un rischio eccessivo. Gli Stati Uniti non scatenerebbero mai, in questo momento, una terza guerra nella regione.
Gli elementi di novità di questa escalation nucleare risiedono nella particolare spavalderia mostrata dalla leadership iraniana. Fino ad oggi, gli annunci erano stati fatti secondo un copione tipico, improntato al “tira e molla”, alla smentita seguita da un proclama demagogico e populista. Oggi gli iraniani ammettono che la centrale di Qom entrerà presto a regime, dichiarano di voler proseguire senza interruzioni sulla strada dell’arricchimento dell’uranio e, addirittura, testano due missili a medio raggio, i letali Shahab-2 e 3, in grado di colpire il territorio di Israele o della Turchia meridionale. Non va trascurata, nell’analisi di questi toni, la delicata situazione interna iraniana dopo le elezioni presidenziali e i cui risultati sono ancora oggetto di forti contestazioni. In particolare, in questo delicato passaggio politico nel Paese, si sta ridisegnando la mappa del potere e degli interessi interni, con i Pasdaran costretti a cedere potere a nuove strutture centrali di sicurezza, che rispondono direttamente al Presidente Ahmadinejad e con una spaccatura evidente nel clero iraniano.
La ricerca di Teheran per un ruolo di potenza regionale riconosciuto da tutti emerge con nettezza dal disconoscimento del negoziato fallimentare finora condotto dall’Unione Europea in nome e per conto degli Usa. L’Iran vuole parlare direttamente con gli Stati Uniti e con Obama vuole negoziare un riconoscimento che sarebbe storico. In tal senso, Israele può tirare un sospiro di sollievo, nella misura in cui lo Stato ebraico è solo l’oggetto di attacchi retorici virulenti e odiosi più per compattare il fronte interno che per il desiderio di distruggere un avversario. Molto più rozzamente, l’Iran vuole tastare il terreno all’indomani dell’annuncio di Obama sulla cancellazione del progetto di scudo spaziale che, nelle intenzioni della precedente Amministrazione Usa, doveva rappresentare un ombrello protettivo contro la minaccia missilistica degli ayatollah.Il tavolo verde del poker si è riaperto. E questa volta Teheran vuole giocare con il suo avversario diretto. Per legittimare un ruolo che la storia non ha ancora riconosciuto al Paese e per garantirsi la continuità del potere rappresentata da Ahmadinejad e, soprattutto, da chi lo manovra dietro le quinte.
La continuità risiede, per l’appunto, nella volontà iraniana di perseguire un disegno nucleare concreto. Per produrre energia elettrica, costruire la bomba atomica o vendere uranio arricchito all’estero poco importa. O meglio: importa sotto il profilo delle previsioni e delle tutele internazionali dell’Aiea, che tollera un processo di avvicinamento relativo e controllato al nucleare civile, non certo il suo utilizzo per scopi di aggressione militare. (continua…)
di Angelo Panebianco per Il Corriere della Sera
Oggi, nel giorno dei funerali dei sei paracadutisti caduti a Kabul, l’Italia ufficiale si stringerà, con compostezza e rispetto, intorno ai nostri soldati. Come è certamente nei sentimenti di tutti e come l’opinione pubblica esige. Oggi non si sentiranno le «stecche» che si sono udite nel giorno dell’attentato. E’ importante che quelle stecche non si sentano più. Le questioni di guerra hanno questo di diverso rispetto alle normali lotte fra i partiti per, poniamo, l’accaparramento di cariche di presidenti di Regione: ci va di mezzo la vita dei soldati. (continua…)

di Marcello Veneziani per Il Giornale
Quanti anni luce dista l’Italia da Kabul? Qui parliamo d’inferno per un nubifragio o una coda in autostrada, di guerra e linciaggio per le beghe politiche o televisive, di killer per un articolo e di gente che salta per aria alludendo a un direttore dimissionario. Poi un giorno abbiamo davanti agli occhi l’inferno vero di Kabul, la guerra dei talebani contro noi occidentali, un kamikaze killer che fa saltare in aria non per modo di dire una decina di nostri soldati. E allora capiamo come quest’Italia viva in una bambagia di ipocrisie, usando metafore improprie e dimenticando la realtà. (continua…)

Dal “Riformista” di oggi uno spunto di riflessione:
“C’è qualcosa che non va nella sinistra. Una timidezza a sostenere con convinzione e passione le sue stesse idee. Si è notato in questa mobilitazione per il popolo iraniano di cui è stato protagonista il nostro giornale. E stavolta non ce l’abbiamo tanto con il Pd, dal quale anzi si sono levate molte voci a sostegno della protesta contro il tiranno iraniano. Ieri Veltroni, dopo aver diligentemente deplorato Ahmadinejad con parole ferme, non è venuto in Campidoglio: anche se ombra, è pur sempre il premier, e forse non sta bene per un premier fare manifestazioni. Ma in piazza c’era Goffredo Bettini, come rappresentante ufficiale del coordinamento democratico. Non si è risparmiato Piero Fassino, ministro ombra degli Esteri. Lui c’è sempre. Ha aderito fin dal primo giorno al nostro appello. E così Gianni Vernetti, Roberto Giachetti, Enrico Gasbarra, in prima fila sui diritti umani. Barbara Pollastrini, coerente nel difendere i gay in Italia ma anche in Iran. Francesco Rutelli, nonostante il suo nuovo ruolo istituzionale. Tanti militanti semplici, che ci hanno scritto e sono venuti al Campidoglio. Ci hanno invece colpito in negativo certe assenze e certi silenzi. L’Unità ieri non ha nemmeno dato notizia delle manifestazioni contro Ahmadinejad. Repubblica si è invece schierata per la stretta di mano col tiranno, e contro il suo isolamento diplomatico. I giornali della sinistra radicale sono troppo impegnati nel denunciare la xenofobia della Lega che vuole espellere i clandestini per occuparsi del razzismo di Ahmadinejad, che gli israeliani vuole proprio cancellarli. La sinistra non si appassiona più a niente, questo è il suo problema. Fa il suo compitino quotidiano in nome di valori che non le scaldano più il cuore, e si vede. Ha i valori giusti, ma non ha più il coraggio di difenderli”