“Sotto la mafia un italiano su cinque”

ottobre 1

Pisanu

di Guido Rutolo, per La Stampa

Beppe Pisanu parla con tono pacato, quasi didascalico. Sembra, la sua, una «Lectio magistralis» sul Mezzogior­no, in un’aula magna di un qualsiasi rettorato. E invece il presi­dente dell’Antimafia tiene una requisi­toria a palazzo San Macuto, ai commis­sari dell’Antimafia, sul Mezzogiorno che «rimane terra arretrata», dove «è difficile individuare un comune oriz­zonte di crescita che metta insieme i cittadini, le istituzioni, i lavoratori e le imprese». Un Sud irrecuperabile, con­dannato a convivere con la sua maledi­zione: la mafia, le mafie. E con le sue classi dirigenti «spesso inadeguate, a volte colluse con le mafie e, comunque, raramente in grado di organizzare e promuovere il cambiamento».

     Nel Mezzogiorno le organizzazioni criminali hanno cambiato pelle: «Pro­sperano silenziosamente, lasciandosi alle spalle i grandi delitti e le stragi, per concentrarsi sugli affari e sulla politi­ca, dosando oculatamente l’uso delle intimidazione e della violenza e, in defini­tiva, contendendo allo Stato le sue fun­zioni fondamentali». Disarmante, Pisa­nu: «In Italia, a 150 anni dall’unificazio­ne nazionale, il divario Nord-Sud inve­ce di attenuarsi aumenta. Le mafie no­strane sono cresciute a tal punto da co­stituire forse la principale causa e il principale effetto del mancato sviluppo di gran parte del Mezzogiorno».

    Lo spunto della relazione Pisanu è il rapporto (139 pagine) del Censis sul «condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istitu­zioni del mezzogiorno». Dai impres­sionanti: 13 dei quasi 17 milioni di ita­liani che vivono in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, con­vivono con le mafie. E’ il 22% della popo­lazione italiana. «A questo 22% – riassu­me Pisanu – corri­spondono solo il 14,6% del prodotto interno lordo nazio­nale, il 12,4% dei depositi bancari e il 7,8% degli impieghi. Nel 2007 il Pil me­dio procapite delle quattro regioni è il più basso del Mezzogiorno e il tasso di disoccupazione il più alto».

    Magra la consolazione di Pisanu, quando ricorda – citando il Governato­re della Banca d’Italia Draghi e il mini­stro del Tesoro Tremonti – che dal de­collo del Sud «può derivare una cresci­ta sostenuta e duratura della nostra in­tera economia». E, dall’altra parte, sot­tolinea che le mafie del Sud si sono inse­diate anche al Centro Nord e hanno interessi in Europa e nel mondo.

    Maledetto Mezzogiorno. Neppure i finanziamenti pubblici europei arrivati a cascata hanno stretto il divario tra il Sud e il resto del Paese. E con le classi dirigenti incapaci di «progettualità», la criminalità «ha invaso l’economia, è pe­netrata nelle amministrazioni pubbli­che e ne ha influenzato le decisioni». Denuncia Pisanu: «Nell’assalto ai fondi pubblici si è rafforzata quella borghe­sia mafiosa, quella zona grigia che all’occorrenza manovra anche il braccio militare, ma normalmente collega il braccio politico-affaristico col mondo dell’economia, trasformando gradualmente “l’organizzazione criminale” ve­ra e propria in un “sistema criminale” integrato nella società civile».

    Lo scenario venturo è un assalto all’arma bianca: «Questo sistema è pron­to a mettere le mani ovunque: dal setto­re privato ai fondi europei del program­ma 2007-2013 (sono previsti 101,6 miliar­di di euro, ndr), al piano per il Mezzogior­no preannunciato dal governo».

    Il presidente Pisanu riconosce che «è difficile stabilire un nesso di causa-effet­to tra mancato sviluppo e criminalità or­ganizzata». Resta il fatto che «le quattro regioni di più forte in­sediamento mafioso sono le più povere e le più sfiduciate del Paese»: «Deve esser­ci dunque un paradig­ma – riflette Pisanu – che spieghi questo nesso tra mancato sviluppo e criminali­tà organizzata. Forse questo paradigma possiamo trovarlo nella “contemporanea assenza (o caren­za) di mercato e di fiducia”. Un avverti­mento, però, Pisanu lo lancia: «Il federali­smo fiscale rischia di trasformarsi in un boomerang se non trova nel Sud istitu­zioni trasparenti e capaci. La battaglia contro le mafie è una battaglia di libertà, anzi una guerra di liberazione».

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