Archivio del mese di luglio 2009

Ma Di Pietro resta incivile

luglio 13

di Filippo Facci per il Giornale

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Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto sono ben strani anche loro: il capo dello Stato aveva appena invitato a un clima più disteso e civile, ieri, e dopo neanche un secondo avevano già dichiarato che il problema è solo dell’opposizione, chiusa lì, come se l’attribuzione all’altro di tutte le colpe fosse un possibile preludio a qualsiasi forma di dialogo. Dall’altra parte, per fermarsi alle persone che contano qualcosa, il senatore del Pd Nicola La Torre intanto faceva la stessa identica cosa: spiegava che l’appello di Napolitano riguardava solo la maggioranza di governo e insomma daccapo, pari patta.

Ora: è quasi un’offesa all’intelligenza dover ricordare che certe posture fanno parte del problema e non della soluzione, ed è pura pedagogia politica dover ribadire che certe cose non andrebbero dette neppure se le si pensasse davvero: questo sempre che il dialogo interessi sul serio, ovvio, perché se non interessa basta dirlo e si saprà come continuare a chiamare le dichiarazioni che destra e sinistra si scambiano a centinaia ogni giorno: propaganda. E pure noiosa.

Non stupirà, dato il clima, se intanto andassimo a farci un bagno. L’importanza del pulpito, per il resto, non rende meno sfibrato un auspicio che è sempre lo stesso ormai da quindici anni: che le riforme necessarie al Paese siano ampiamente condivise, ossia, e che la cattiva congiuntura economica renda preziosa un’ampia unità d’intenti. Parole ormai recitate a memoria: c’è qualcuno che non le avrebbe sapute dire? C’è qualcuno che non se ne ricordava? Ecco perché resta una sola cosa da fare, dopo tutti questi anni: la conta di chi sia realmente interessato e chi no, da una parte, e un censimento definitivo, in parallelo, di chi gioca soltanto al tanto peggio-tanto meglio e manderebbe il malora il Paese per mezzo voto. Il presidente della Repubblica l’ha detto: una contrapposizione politica meno cruenta non significa rinunciare a tener ferme le proprie posizioni. Il che significa, visto di spalle, che se l’ampia condivisione non fosse ampia, be’, le riforme qualcuno cercherà di farle lo stesso, e questo per la semplice ragione che è titolato a farlo.

Si vuole riconoscere questo diritto? O si vuole auspicare il dialogo e gridare al golpe se il dialogo non riesce? La divisione non è più tra maggioranza e opposizione, nell’anno di grazia 2009: l’autentico e vero arco costituzionale, oggi, divide chi crede che il Parlamento sia legittimato e chi invece no; divide chi crede che il Paese un Parlamento bene o male ce l’abbia – magari con una affievolita centralità: mi ci metto anch’io – e chi invece parla di dittatura; divide chi pensa che sia comunque una democrazia, la nostra, e chi invita semplicemente a non crederci, perché è tutto un inganno, una cospirazione, una corruzione.

Non si tratta di compilare pagelline: non abbiamo ancora fatto un solo nome ma è come se i profili si fossero stagliati da soli. Chi rema contro il dialogo sta a destra come a sinistra, chi più e chi meno, può essere: ma sicuramente non è il centrodestra a essersi imparentato con un personaggio squallido come Di Pietro alle scorse elezioni, tra l’altro senza segni di apparente resipiscenza. Non è il centrodestra ad aver ammiccato, pur a singhiozzo, a vittorie elettorali basate sul plagio e sulla corruzione delle menti. Meglio essere estremamente chiari, dunque: liberarsi di ogni ambiguità nei confronti di uno squallido parente non è soltanto il requisito minimo per ogni dialogo, occorre riconoscere una volta per tutte che Antonio Di Pietro non è più un interlocutore politico a prescindere.

La politica di Grillo & di governo è finita, e il Pd, nel caso, ha da chiarire ogni ambiguità: non c’è neppure da parlare con chi soffia su ogni fuoco, tifa terremoto, sputtana il Paese, cerca di rendere permanente ogni conflitto ergendosi a grande gendarme, a presidio antidemocratico: vada fuori dal Parlamento, se proprio non ci crede. Antonio Di Pietro, dopo aver associato un uomo votato da più di metà del Paese a Hitler e all’antisemitismo, e poi a Dracula, a Videla e a Nerone, là fuori qualcuno disposto a prenderlo a calci nel sedere lo trova di sicuro.

G8: Non scambiamo lucciole per lanterne, Hu Jintao è in Italia solo per Obama

luglio 6

di Francesco Sisci

Il presidente cinese Hu Jintao è arrivato ieri in Italia, in visita di Stato. Si tratterrà nel nostro Paese per tutta la durata del G8, dove parteciperà a diverse sessioni allargate. Ma l’appuntamento principale è l’incontro con il presidente Usa Barack Obama, a sancire il partenariato strategico tra le due superpotenze. Per l’Italia è la prima visita di un presidente cinese dopo Jiang Zemin, nel 1999. La delegazione di imprenditori che accompagna Hu Jintao fa pensare ad un importante viaggio d’affari. Ma non è per questo che il presidente è in Italia, dice Francesco Sisci, inviato de La Stampa a Pechino.

Hu Jintao è da ieri in Italia. Qual è il posto del nostro paese nell’agenda politica cinese e qual è la vera importanza di questa visita? 
Dieci anni fa l’economia cinese era poco più che la metà di quella italiana, oggi è quasi il doppio, l’anno prossimo supererà quella giapponese per diventare la seconda del mondo dopo quella americana. In questi rapporti c’è in nuce tutto il cambiamento strutturale e politico dei rapporti bilaterali. Ieri, con Jiang, avevamo davvero qualcosa da offrire alla Cina, ma quell’occasione è stata sprecata perché in realtà in questo decennio i rapporti politici e economici bilaterali non hanno avuto un’accelerazione ma sono in qualche modo arretrati.  In teoria oggi molto più di ieri, 10 anni fa, la Cina è essenziale per l’Italia, mentre l’Italia per la Cina è molto meno importante. 

Ma allora qual è la carta che l’Italia può giocare?
In queste condizioni oggettivamente sfavorevoli l’Italia ha una sola carta, e contrariamente a quello che potrebbe sembrare a prima vista non è quella economica ma – dal punto di vista della Cina – quella della cultura. L’Italia è una superpotenza culturale, è la culla della civiltà occidentale e quindi, per la mentalità politica storicistica della Cina, l’Italia più essere un passaggio fondamentale per capire anche le radici culturali dell’America. L’idea di potenza degli Usa è fondata sull’idea imperiale di Roma; se la Cina vuole capire l’America e seguire per molti versi il suo cammino di potenza, deve capire meglio la storia dell’Italia. Inoltre l’Italia, ha il problema di conciliare il passato con il presente, diventare moderna senza distruggere la sua eredità di civiltà. Proprio come la Cina… 

È per questo dunque che la Cina guarda all’Italia?
Sì. L’Italia ha risolto il problema dell’incontro tra tradizione e modernità, la Cina lo deve risolvere: intende diventare moderna senza distruggere il suo passato anzi valorizzandolo. Deve fare grattacieli senza abbattere le antiche case cortile dei centri storici. Queste però sono opportunità per l’Italia, non sono obblighi per la Cina. La storia dell’Italia la si può studiare a prescindere dall’Italia, senza venire in Italia. Come l’Italia può trasformare queste occasioni in politica? Questa è una cosa che va studiata. 

Il presidente cinese però viene in Italia con trecento operatori economici al seguito a caccia di opportunità. 
Alla Cina i rapporti bilaterali interessano sotto ogni punto di vista: le opportunità non le sfuggono. Ma occorre distinguere la conclusione di accordi commerciali o tecnologici con un partenariato strategico: all’Italia servirebbe quest’ultimo, ma il nostro paese è incline a scambiare i primi per il secondo. Dipenderà dall’Italia fare il secondo passo: trasformare questa occasione in realtà, e non è detto che ciò avvenga. 

Chi sono oggi in Italia gli interlocutori “obbligati”, in chiave strategica, di Hu Jintao e del sistema-Cina che egli rappresenta al vertice?
Ma il punto è proprio questo: Hu non ha bisogno di parlare con nessuno in Italia. Questa è la tragedia italiana: l’Italia non è strategica per la Cina. Per la Cina i paesi strategici sono tutti i suoi vicini poi l’America, l’Africa in modo generico per le risorse, il Brasile per lo sviluppo dell’America latina, la Germania per le sue industrie e il suo know-how di modernizzazione. Il resto è superfluo. 

Qual è dunque l’appuntamento più importante dell’agenda di Hu Jintao nel nostro paese?
Il vertice con Obama. È un nuovo passo della manovra di avvicinamento tra Cina e Usa: la “Chimerica” è la nuova realtà geopolitica del futuro. Il fatto che il presidente cinese sia venuto in Italia prima di vedere Obama dice questo: noi vogliamo prima capire le ragioni del primato culturale italiano, la sua sintesi tra passato e moderno, e poi parlare con gli Usa. Sta però all’Italia capire come intervenire in questo “matrimonio strategico” che è la Chimerica.

Dopo la visita di stato il presidente cinese si fermerà per il G8. L’occidente deve temere un neoimperialismo cinese, basato sulla posizione di forza con la quale la Cina sta attraversando la crisi globale?
Non credo ci siano prospettive di neoimperialismo cinese, almeno per i prossimi 25 anni. La realtà è che America e Cina si sono messe insieme per decidere tra loro due tutti i problemi globali sostanzialmente senza consultare nessuno. La Cina per chi sa vedere offre all’Italia l’opportunità di giocare un ruolo a lei peculiare in questo G2. Abbiamo sprecato un’occasione dieci anni fa con Jiang Zemin, sprecarla oggi con Hu Jintao può essere fatale.

FONTE: Il sussidiario.net