Archivio del mese di maggio 2009

Edizione del 29/05/2009

maggio 29

Le strane omissioni dei maestrini di Mauro

maggio 28

di Filippo Facci

Ci si permette di screditare un povero ragazzetto napoletano, Gino Flaminio, per via della sua «unica colpa» d’esser stato condannato per rapina a due anni e sei mesi con la condizionale. Poi: parliamo proprio noi che difendiamo un capo del governo che notoriamente ha giovato di prescrizioni e lodi e leggi ad hoc. Questo in sintesi è il rilievo mosso su Repubblica di ieri da Giuseppe D’Avanzo, che fa finta di non capire.
D’Avanzo, ascolta: noi non volevamo «screditare un ragazzo per la sua unica colpa» della rapina, posto che una rapina, anche «unica», sia poi questa sciocchezza di gioventù o un tratto antropologico perdonabile di chi sia giovane a Napoli, oltretutto la tua città. Noi volevamo proprio screditare Repubblica, perché è Repubblica che aveva il dovere di spiegare ai lettori lo status e la credibilità di chi sta intervistando: e ciò non per impiccare Gino Flaminio alla sua fedina penale, secondo un costume che pure dovresti conoscere bene, ma perché, anche perché, non sembri che abbiate cercato di nasconderlo. Hai passato mezza vita a occuparti di mafia, D’Avanzo, e sarebbe come non menzionare, fatte le debite proporzioni, se un testimone sia spontaneo o sia un collaboratore di giustizia con alle spalle un certo curriculum: la credibilità va valutata, non credi?
Hai scritto: «Conta qualcosa l’errore di gioventù di Gino rispetto alla verità che racconta?». Ma lascialo giudicare a noi, caro, e lascia che a dirlo siano i lettori di Repubblica, tu fornisci se possibile ogni informazione utile, grazie. Io davvero non riesco a capirvi, sai. State profondendo sforzi spettacolari per condurre una campagna che sopportate voi per primi, sospirando, perché semplicemente siete convinti che funzioni. Potreste buttarvi sul caso Maldini con la stessa disinvoltura: il fine è noto, sui mezzi siete disposti a tutto, e sta bene: ma dunque? Vogliamo stringere o che?
State continuando ad accanirvi in un canone ossessivo di «domande» che però non poggiano su plausibili risposte, è una sorta di interrogatorio circolare senza un capo d’imputazione, qualcosa che sfugge continuamente, scivola in laterale, difetta insomma una tesi anche abborracciata che corrisponda a un j’accuse: vi limitate a spaccare in quattro il capello biondo, a cercare contraddizioni nelle risposte improvvisate e non dovute di chi, in definitiva, non è ancora chiaro di che cosa sia imputato: e allora sperate disperatamente che a spiegarvelo sia lui. Inversione dell’onore della prova, la chiamerebbe un avvocato. Cavolacci suoi, direbbero e dicono tanti altri.
Io non voglio fare il solito discorso dei forcaioli, D’Avanzo, son stufo anch’io, però tu non puoi contrapporre alla vostra omissione sulla condanna del ragazzino il fatto che altri «non hanno ricordato come il padre di Noemi è stato arrestato, condannato in primo grado per corruzione, poi assolto». Ecco, l’hai detto, è stato assolto: vuole dire niente? Oppure il fatto che sia andato per tribunali per te è sufficiente? Ma allora non sei cambiato, Beppe. Nel 1995, per la Mondadori del Cavaliere, scrivesti un libro terribile su Corrado Carnevale, «La giustizia è cosa nostra», un’accusa via l’altra: e poi l’hanno assolto in tutto e per tutto. Nel 1989 scrivesti su Repubblica, a proposito di Alberto Di Pisa, il giudice accusato di essere «il corvo» che voleva mascariare l’Antimafia siciliana, che «forse Di Pisa è soltanto un uomo frollato dalla lunga attesa di un pubblico riconoscimento, di popolarità e potere, un piccolo uomo sbriciolato dall’invidia e dalla gelosia, precipitato nel gorgo di un risentito rancore». E poi hanno assolto anche lui, mannaggia. Bene. In attesa che il tuo prossimo obiettivo sia assolto da qualcosa, ecco, vogliamo almeno aspettare che lo accusino di qualcosa?

FONTE: ilgiornale.it

Edizione del 28/05/2009

maggio 28

Tirati per la tonaca su gossip e veline

maggio 27

di Vittorio Macioce

Questo rumore che arriva da sinistra è davvero strano. Sembrano i colpi di un martello, qualcosa che viene da lontano. Qualcuno sta costruendo una fila di gogne, come nel New England puritano del XVII secolo. Questa lunga schiera di intellettuali, moralisti, filosofi, ex magistrati, salottieri, imbonitori televisivi, e vecchie laiche con il rosario in mano, camminano pregando e imprecando dalle parti di Salem. Tutti vestiti di nero, con le facce di circostanza, in attesa di una bolla papale, delle parole di un vescovo, di un segno divino.
La Chiesa che fa? Parla o non parla?
Qui serve una botta di morale. Signori della corte, tutti in piedi, è cominciata la caccia alle veline. Noemi e le altre. Tutte le donne dello scandalo, quelle senza vergogna, quelle con il book e le tette di fuori, quelle che sognano Amici, quelle che puzzano di periferia, si riflettono su youtube e si raccontano su Facebook, quelle truccate a 16 anni, con l’accento di Casoria o di Pioltello, quelle con i padri con la coda di cavallo, loro, tutte loro, queste streghe del XXI secolo che stanno mandando in malora il buon nome dell’Italia. Che fa la Chiesa parla o non parla?
I bravi cittadini di Salem sono impazienti. Queste svergognate meritano una punizione, magari una bella V scarlatta disegnata sul corsetto. V come velina. V come vendetta. V come venduta. V come volgare. V come vanity. V come vergogna. V come verrà il giorno. V come Vade retro Satana. V come vip, very important p. Ma questa volta p non sta per persona.
La sinistra di Salem può dare sfoggio della sua casta e dotta morale. Berlusconi e le veline sono tutto ciò che loro odiano. E allora via in processione dietro Dario Fo, il vecchio giullare vestito da Savonarola. Tutti a salmodiare Famiglia Cristiana, che punta l’indice contro l’Italia delle veline e delle vallette, figlie di una «vita truccata», sgualdrine di un’emergenza nazionale che inquina anche la politica. Tutte al rogo signorine, nude, scalze e fustigate. Manca solo la bolla papale.
Che fa la Chiesa, parla? Parla Bagnasco, il capo della Cei, il monsignore dei vescovi italiani. Il cardinale parla di modelli che uccidono l’anima e di giovani senza speranza. Ma ai quotidiani di Salem tutto questo non basta. L’Unità tira il prelato per la tonaca. Troppo tiepido sulla morale. Troppo generico: «Neppure un cenno alla cultura delle veline». Qui servono nomi e cognomi. Serve una bella V scarlatta, sul corpo ignobile delle veline. Chi se ne frega di tutto il resto. Bagnasco parla della crisi? Non è questo il problema. I precari? Si arrangino. Gli operai? E chi sono? Noi siamo l’Unità, il sacro foglio dei puritani, mica il giornale fondato da Gramsci. La laicità? Una bufala. L’emergenza è un’altra. L’emergenza sono le veline. L’emergenza è Berlusconi. Santità basta una parola e il mondo sarà salvato.
La sinistra di Salem ora ha bisogno della mano di Dio. Il Papa, un profeta, Maradona: va bene tutto. Intervenire è un dovere cristiano. Queste sono cose serie. Mica si parla di embrioni, aborto, Eluana e faccenducole di questo genere. Qui non è in ballo la vita, ma qualcosa di molto più sacro. Qui c’è Berlusconi da cacciare da Palazzo Chigi. Qui c’è la morale di una nazione minacciata dalle cosce di queste ragazzotte. Qui serve una crociata vera, seria. Non quel monsignor Crociata che ieri si è limitato a dire: «Ognuno ha la propria coscienza». Scherziamo? Questi non sono mica affari di famiglia. Storie private. Privacy. Peccati da confessionale. Qui c’è l’anima di Berlusconi da mandare al rogo. Lui, i suoi valori, la televisione, i suoi modelli culturali, il suo potere e le sue veline. Non sentite come battono i martelli di Salem? Questa è una vendetta attesa quindici anni. È la rabbia dei boniviri, la casta dei custodi del Novecento, con i loro partiti, i loro intellettuali, le loro verità sacre e inviolabili, la loro cultura cristallizzata, che non ha mai perdonato a Berlusconi di aver vinto, di aver sparigliato le carte, di aver cambiato la storia. La sinistra di Salem si è arroccata nella sua cittadella e disprezza tutto ciò che non gli assomiglia, soprattutto i barbari. Questa nuova cultura che Baricco, con intelligenza, si rifiuta di giudicare decadente. I barbari non sono peggiori dei sacerdoti del Novecento. Sono un’altra cosa. E quelle veline di periferia, che a Salem tanto detestano, non sono streghe da marchiare a fuoco. Ma forse il problema non è neppure questo. Il problema, sempre a Salem, è questa democrazia che si ostina a premiare Berlusconi. Sono i voti, il consenso, che va dalla parte sbagliata. Il problema è come abbattere l’anomalia. E allora tutto può servire. Anche il moralismo. Anche la commissione della Bonino, le domande di Repubblica, gli anatemi di Di Pietro, le punizioni divine, le prediche di Franceschini e le scomuniche della Chiesa. Quella che un tempo doveva tacere. Tutto, proprio tutto, può servire. Perfino una lettera scarlatta.

FONTE: ilGiornale.it

Edizione del 27/05/2009

maggio 27

Grazie al genio di Bellocchio…

maggio 26

Al direttore – Ha visto il magnifico film di Marco Bellocchio? Ancora una volta dobbiamo ringraziare il genio del regista. Ci ha mostrato sinteticamente la differenza tra i regimi. Al tempo del fascismo vero, se dicevi di essere il figlio di Mussolini, ti chiudevano in manicomio, nel silenzio generale. Oggi, se chiamo papi il nuovo dittatore, ti danno almeno sei mesi di giornali in prima pagina e tivvù in prima serata. Viva la libertà, viva Bellocchio.

Paolo Liguori

(lettera indirizzata a “Il Foglio”, pubblicata il 23/05/09)

Edizione del 26/05/2009

maggio 26

Edizione del 25/05/2009

maggio 25

Stop ai processi show in tv

maggio 22

Basta con i processi scimmiottati in tv o trasferiti impropriamente dalle aule di giustizia al piccolo schermo in stile Porta a Porta: l’informazione sulle vicende giudiziarie in corso dovrà rispettare i diritti inviolabili della persona. E’ il senso del Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive firmato a Roma, nella sede dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

A siglare l’accordo i rappresentanti delle emittenti tv, dalla Federazione nazionale della stampa e dall’Ordine nazionale dei giornalisti e ovviamente Agcom (l’Autority per le garanzie nelle telcomunicazioni). Frutto di un lavoro di 18 mesi attorno a un tavolo comune, nato da un atto di indirizzo dell’Agcom, le nuove regole entreranno in vigore il 30 giugno. Nel decalogo spiccano l’impegno a rendere chiare le differenze fra cronaca e rappresentazione, indagato, imputato e condannato, pubblico ministero e giudice, accusa e difesa; a fornire un’informazione che, attenendosi alla presunzione di non colpevolezza dell’indagato e dell’imputato, soddisfi comunque l’interesse alla conoscenza di fatti di rilievo; ad adottare modalità espressive che consentano al pubblico un’adeguata comprensione; a rispettare il principio del contraddittorio; a controllare, nell’esercizio del diritto di cronaca, la verità dei fatti raccontati; a non rivelare dati sensibili o che ledano la riservatezza e la dignità, in particolare della vittima o di altri soggetti non indagati. Il compito di accertare eventuali violazioni tocchera’ a un apposito comitato, che proporrà le misure del caso. L’adozione delle sanzioni spetterà all’Ordine per i giornalisti, all’Agcom per le emittenti.

”E’ una svolta nella comunicazione”, ha commentato il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, presente in veste di ‘notaio’ alla firma. ”Non si vuole assolutamente limitare la libertà d’informazione, ma impegnarla al rispetto dei diritti fondamentali della persona, evitando rappresentazioni dei processi che possono distorcere, come è accaduto più di una volta, la reale comprensione dei fatti. Vedere che tutte le emittenti hanno aderito, anche a costo di rinunciare a qualche punto di share, è positivo per tutta la società civile”. Alla firma erano presenti il presidente Rai Paolo Garimberti, il presidente Mediaset Fedele Confalonieri e il consigliere Gina Nieri, l’amministratore delegato (RPT amministratore delegato) di Telecom Italia Media Mauro Nanni, il presidente della Fnsi Roberto Natale, Pierluigi Roesler Franz per l’Ordine, i presidenti della Federazione Radio Televisioni Filippo Rebecchini e di Aeranti-Corallo Marco Rossignoli. Garimberti ha parlato di ”opera meritoria”, Confalonieri e Nanni hanno evidenziato il ”valore dell’autoregolamentazione”. ”Oggi firmiamo”, ha detto Natale, “e insieme traiamo nuovo impulso nella determinazione ad opporci a norme che tendono a limitare il diritto di cronaca, come il ddl intercettazioni”.

FONTE: TgCom

Più batte sul giustizialismo, più il Pd s’allontana dalla gente

maggio 22

di Stefano Fossi

Il raggiungimento della maggiore età politica è ancora lontano. E come dimostra la vicenda Mills, il Partito Democratico è nuovamente tornato alla casella del “via”, azzerando i piccoli passi in avanti compiuti nel recente passato.

Lo schema di fondo è sempre lo stesso. Si lavora sulla tattica e non sulla strategia. E chiunque assuma su di sé l’onere della guida del partito alla prova dei fatti non riesce a mettere in gioco se stesso e tentare un’avventura che lo liberi dallo scudo – ma anche dalla camicia di forza – del giustizialismo e dell’antiberlusconismo.

Il percorso verso la maturità del Pd, insomma, continua ad essere avvolto nelle nebbie e anzi, ogniqualvolta si tenta uno scarto in avanti da lì a poco si innesta la retromarcia e il passo del gambero.

E questo accade tanto più oggi che il partito erede della Margherita e dei Ds non corre per vincere ma per limitare le perdite e deve evitare di prestare il fianco alle incursioni di Antonio Di Pietro, impegnato in una escalation verbale per accreditarsi come unico depositario del “diritto di opposizione”.

Il risultato è che, come ha giustamente scritto Claudia Mancina su Il Riformista, “il Pd si trova in un angolo nel quale può fare un’unica scelta: quella sbagliata pur sapendo che è sbagliata. Se continua su questa strada il Pd sarà sempre fragile e costretto a inseguire i suoi antagonisti a sinistra invece che sfidare Berlusconi. Inseguire Di Pietro oggi come ieri Rifondazione, porterà forse a perdere un punto in meno ma certo non farà del partito quell’alternativa credibile di cui l’Italia ha bisogno”.

In realtà sono proprio le percentuali e la ormai prossima misurazione del consenso che avverrà con le Europee lo spettro che muove molte delle scelte della leadership democratica. Il timore più grande è quello di una fuga in avanti dell’Italia dei Valori e il possibile avvicinamento alla soglia del 10%. Una prospettiva clamorosa che suscita ovviamente inquietudine e preoccupazioni.

Ma tutti sono consapevoli che gli orientamenti di voto nel centrosinistra premiano Antonio Di Pietro. Scintilla questa che ha portato Dario Franceschini a partire a testa bassa contro Berlusconi sulla vicenda Mills, seguito dalla grande maggioranza dei suoi compagni di partito. Una sorta di copione obbligato che alcuni dirigenti non possono fare a meno di recitare pur essendo consapevoli che esiste il rischio che questo atteggiamento si trasformi in un boomerang, con il premier pronto a mostrarsi davanti all’elettorato con le stimmate della persecuzione giudiziaria e incamerare ulteriore consenso.

Non è un caso che in questo frangente Francesco Rutelli mantenga un atteggiamento di basso profilo avendo fiutato – così come sulle politiche contro l’immigrazione clandestina – quanto la linea del Pd sia lontana dalla sensibilità della gente.

E Marco Follini si ponga apertamente in conflitto dalla leadership del partito. Così come molti altri esponenti, discutendo al riparo dai riflettori, non nascondono il timore per la paventata incursione di Silvio Berlusconi davanti alle Camere per dire la sua sulle ultime iniziative della magistratura.

Ciononostante derubricare la questione Mills dall’agenda politica pare ormai impossibile. E impostare la partita elettorale su temi concreti e vicini alla vita reale della gente appare, a questo punto, un’illusione.

FONTE: Tocqueville.it