Quegli strani affari del Tedesco rosso promosso senatore

giugno 26

di Stefano Filippi

La sanità pugliese targata Ds è quella degli otto morti all’ospedale di Castellaneta di due anni fa, deceduti per aver respirato protossido d’azoto invece che ossigeno dai tubi di ventilazione in terapia intensiva: errore forse dettato dalla fretta di inaugurare il reparto a scopo elettorale. È quella che nell’estate di quello stesso 2007 dovette chiudere reparti e servizi per ferie: la mancanza di personale costrinse i bimbi ricoverati in oncologia ed ematologia pediatrica a tornare a casa ogni sera perché non c’era l’assistenza notturna. È quella che il governo Prodi dovette commissariare per aver creato un buco nei conti di 291 milioni di euro, e per questo fu costretta ad aumentare i ticket.
La sanità pugliese targata Ds è anche quella delle inchieste sugli affari di Giampaolo Tarantini e i maxi-appalti vinti forse anche con l’aiuto di tangenti e donnine. Inchieste che riguardano anche il precedente assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, indagato dal sostituto procuratore Désirée Digeronimo assieme al direttore generale dell’Asl Bari Lea Cosentino e altri 12 tra funzionari Asl e fornitori di assistenza e riabilitazione domiciliare. I reati ipotizzati: associazione per delinquere, falso, truffa, millantato credito.
Tedesco è un socialista pentito passato con i Ds. La sua nomina ad assessore, decisa da Nichi Vendola, fu accompagnata da polemiche sollevate dall’Italia dei Valori. Il motivo è che la famiglia Tedesco lavorava nel settore delle forniture mediche e faceva affari d’oro con la sanità pubblica. L’assessore, come ricorda Tommaso Francavilla nel suo pamphlet Alla corte di Nichi, replicò che si sarebbe sbarazzato delle aziende. Lo fece costituendo una nuova società di apparecchiature elettromedicali che ereditò integralmente il portafoglio delle vecchie imprese. E che in un anno aumentò del 30 per cento il fatturato.
Il governatore forzista Raffaele Fitto, tra il 2000 e il 2005, gli affidò un importante incarico istituzionale: presidente della commissione Affari istituzionali mentre si scrivevano il nuovo statuto e la nuova legge elettorale. Nella giunta Vendola, Tedesco varò un fantomatico Piano salute che doveva essere scritto dagli utenti: spedì milioni di lettere ai pugliesi chiedendo suggerimenti dilatando all’infinito la «fase d’ascolto». Lanciò un Piano per la riduzione delle liste d’attesa che rimase lettera morta. Moltiplicò le consulenze. Ereditò una gestione in ordine, tanto che la Puglia fu inserita tra le regioni «virtuose», che non riuscì a mantenere: l’aumento dei ticket ne è la riprova.
Lo scorso febbraio sono arrivate le dimissioni, ma la cattiva gestione o la malasanità non c’entrano. C’entra invece il fascicolo aperto dal pm Digeronimo su forniture ospedaliere e mazzette presunte. Dimissioni «preventive», e dunque circondate da un alone misterioso: Tedesco le ha messe sul tavolo di Vendola prima che si sapesse delle indagini. Egli stesso ha rivelato di aver ricevuto una telefonata dagli uffici della presidenza della Regione che lo informava dell’indagine. La Procura aprì un’inchiesta sulla fuga di notizie per scoprire la talpa a Palazzo di giustizia, che però è ancora senza nome.
Le dimissioni hanno consentito a Vendola di insediare un suo fedelissimo, il professor Tommaso Fiore, che ieri ha ordinato ispezioni in tutte le Asl per quantificare il giro d’affari tra la sanità pugliese e Tarantini e individuare eventuali irregolarità. Ma Tedesco è caduto in piedi. Un anno fa fu primo dei non eletti al Senato. Nel frattempo il senatore pugliese Paolo De Castro, ex ministro prodiano ora molto vicino a D’Alema (è presidente dell’associazione Red), è diventato parlamentare europeo. E a Palazzo Madama gli subentrerà Tedesco.

FONTE: ilGiornale.it

Andrea’s Version

giugno 23

di Andrea Marcenaro

A quelli che si sentono in diritto di insultarti perché non la pensi come loro, e ti danno di corrotto e di viscido lacchè; a quelli che ti attaccano svillaneggiando la tua piccola storia, con il suo residuo di dignità, e avvertono loro stessi come coraggiosi e controcorrente, mentre in te un pusillanime disposto a tutto, pur di raccattare favori o probende; a quelli che rinfacciano, dalle pagine dei giornali politicamente corretti, la tua frenesia per insabbiare ogni scandalo, sempre, o quella tua tartufaggine rispolverata a bella posta, e in malafede, per stabilire un sia pur labile confine tra il privato e il pubblico; ora; solo perché ultimamente ti torna comodo stabilire un confine; solo perché questo serve adesso al tuo padrone; e insomma, a quelli che ricordano ogni giorno l’etica della democrazia, e che ti inchiodano, come colpevole d’immoralità, o come paggio di corte, o fellone, o rinnegato, ma in ultima analisi, sostanzialmente, come sporco venduto, bene, a tutti costoro, una sola cosa terrei a ricordare: sono una modella, non sono una escort.

fonte: ilFoglio.it

Lettera aperta sul nuovo moralismo

giugno 22

di Ubaldo Casotto su Il RiformistaGentili colleghi scandalistici e gentili lettori scandalizzati della sinistra progressista - Faccio questo mestiere da vent’anni e capisco quanto possano prudere le mani sulla tastiera, prurito che segue quello che ha tormentato le orecchie e il gonfiore che affligge gli occhi dopo il lungo stropiccio per tenerli ben desti e incollati al buco della serratura… Capisco. Però allora non capisco più che mondo volete.

 

 

Mi spiego. Ho una figlia in età di liceo e dal prossimo anno potrà fornirsi liberamente di preservativi a scuola (non credo che sulle confezioni ci saranno scritte tipo quelle che campeggiano sui nostri pacchetti di sigarette: “Il sesso in età precoce nuoce all’equilibrio psichico”) e vivere “gioisamente” e “liberamente” le sue “avventure” (avventure che potranno indifferentemente essere con un uomo, una donna, più uomini, più donne, un mix tra i due generi e..  perché no? anche con il concorso di qualche animale, come teorizzato da illustre pensatore tempo addietro). Ho un figlio di undici anni, non credo che alle sue compagne di classe verrà consigliato il vaccino contro il papillomavirus, responsabile di alcuni tumori dell’utero e che si trasmette attraverso rapporti sessuali. Non lo sa ma presto glielo spiegherete voi, o provvederà un insegnante di educazione sessuale, magari lo stesso che in seconda media spiegò a mia figlia (quella di prima) che la gravidanza è un “inconveniente” del rapporto sessuale dal quale tutelarsi, appunto con il preservativo.

Leggo da anni interviste a sindacaliste delle prostitute che spiegano l’assolutà liceità della professione (e quindi della dazione di denaro) e la necessità della sua legalizzazione. Non c’è rivista che con l’approssimarsi dell’estate non spieghi che “l’avventura extraconiugale fa bene alla coppia”. Preti, suore e monaci dovrebbero, sempre secondo voi, smetterla con questa anticaglia della castità, sposarsi, liberarsi, emanciparsi…insomma scopare.

Finalmente trovate uno che (pare) attua tutto quello che ci avete predicato e che a me non piace; lo fa ostentando gioia, allegria, sfontatezza e senza limiti… E voi che fate? Citate con faccia triste le preoccupazioni di qulche tonaca vescovile (le stesse che irridete negli altri 364 giorni dell’anno) e lo impiccate alla corda del vostro moralismo.

Ma andate a farvi fottere!

Gheddafi, hasta la victoria siempre

giugno 11

fidekaGheddafi e Fidel, due leader, due rivoluzioni anti-colonialiste. Due stili, anche nell’abbigliamento. Uno è di moda, l’altro no. I barbudos in divisa verde-oliva hanno scaldato il cuore della sinistra italiana. Il colonnello un po’ rockstar e un po’ berbero fa storcere il naso alle stesse persone. Eppure, il secondo si presenta a Ciampino ricordando simbolicamente un martire ucciso dal colonialismo italiano. Colonialismo fascista, naturalmente. E la sinistra, che rivendica fino alla noia il monopolio dell’anti-fascismo, lo critica anche in questo caso. “E’ kitsch, non è di moda”.

Sarebbe solo uno sciocchezzaio, a livello di Ezio Mauro, se non ci fosse una sostanza più seria: Gheddafi ha rotto col terrorismo. Ha aiutato i Paesi liberi a combatterlo. Per questo motivo è diventato nemico degli amici dei terroristi, a cominciare dagli studenti dell’Onda. Gheddafi ha firmato un trattato con l’Italia per reprimere traffico di armi, droga e schiavismo. I demagoghi della sinistra italiana lo accusano di combattere le migrazioni. Gheddafi fa la sua parte contro le moderne navi negriere. E’ addirittura più coerente di Fidel, che mandò l’esercito rivoluzionario cubano in Angola a combattere le popolazioni locali per ordine dell’imperialismo sovietico.

Per ultimo, i professori del bon ton radical-chic hanno avuto da ridire su quella foto che ornava la divisa del colonnello. Mi è sembrata iperrealista, geniale. Avreste preferito la divisa intatta, in perfetto stile militare-bacchettone? Oggi speriamo che arrivino le immagini dalla tenda piantata a poche centinaia di metri in linea d’aria da San Pietro da un Gheddafi vestito secondo lo stile arabo. E’ un vero segno di pacificazione e collaborazione fraterna, il seguito visibile del discorso di Obama al Cairo. Altro che riempirsi la bocca di principi e ostacolare le concrete iniziative di pace, come è consuetudine dei nostri ex comunisti, oggi epigoni del moralismo più arcaico .

Penna rossa!

giugno 10

(In occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di quest’anno, svoltosi l’aprile scorso, il direttore di Repubblica era già apparso in pubblico insieme al direttore di El Pais)

di Giorgio Bernardini

Berlusconi è colpevole di molti reati tra cui quello di aver ucciso l’opinione pubblica. La sentenza è stata pronunciata alle 19 all’interno del teatro Pavone di Perugia. Ma sul palco non c’era una messinscena satirica. Al posto degli attori intrattenevano Ezio Mauro e Javier Moreno, direttore del quotidiano El Pais. L’incontro, di gran lunga il più seguito di tutta la giornata, si intitolava “Esiste ancora l’opinione pubblica?”. Purtroppo gli oltre 800 spettatori se ne sono andati con qualche dubbio in più di prima. Perché di opinione pubblica non si è proprio parlato, perché la discussione fra gli interlocutori si è trasformata in pochi secondi in un’analisi del rapporto informazione e governi di destra.

La maestra, alle medie, scriveva con la penna rossa “Fuori tema!”.

La cronaca dell’evanescenza: comincia Moreno spiegando che l’ascesa di Aznar aveva frazionato l’informazione in Spagna. “La differenza rispetto al mio paese – spiega il direttore – è la debolezza strutturale della sinistra italiana”. Ha inizio il ping-pong sul ruolo della sinistra. Il pubblico si divide in due: ci sono i trasportati e gli smarriti. Poi arriva il turno del direttore di Repubblica che distingue fra senso comune e pubblica opinione: “Noi italiani viviamo immersi in un mare di grande senso comune che spesso non coincide con la realtà”. Questa resterà l’unica frase nella quale si è citato il concetto del titolo della conferenza.

Chi scrive non si permette di dare giudizi di merito sugli interventi di Mauro e Moreno. Del resto El Pais e Repubblica rappresentano in maniera trasparente, cristallina e onesta l’interpretazione di un pensiero politico ben preciso. Ma tutto questo ha poco a che fare con la serietà di due super-professionisti, che dovrebbero approcciarsi in maniera scientifica ad un tema come quello della scomparsa dell’opinione pubblica. Invece niente sguardo sociale, neanche uno straccio di autoreferenziale autocritica giornalistica, una carta che si può giocare spesso.

Il climax degli interventi di Mauro si fa comunque ascendente: “La destra pagana e paganizzatrice nel culto del successo immediato e nell’elogio del malandrino, non è in sintonia con l’urgenza della crisi”. Applausi. Allora il direttore si carica: “Io mi stupisco di come è possibile che dopo 40 minuti di dibattito non abbiamo ancora parlato di un tema importante…”. Gli smarriti di prima gioiscono, è forse venuto il tempo di affrontare le problematiche di formazione dell’opinione pubblica, del ruolo del giornalismo – si chiedono ingenui. Ma Mauro riprende a parlare e svela il mistero: “Non abbiamo ancora affrontato il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi!”. Avanti così fino alla fine: “Berlusconi accentratore, Silvio mistificatore, Presidente incompatibile”. Neanche la famosa regola del contrappasso ha saputo darmi respiro: uscendo dal teatro, neanche un metro dopo (giuro), mi investe la voce di Tonino di Pietro. Ironia della sorte, l’ex magistrato era lì su un palco che gridava “Berlusconi accentratore, Silvio mistificatore, Presidente incompatibile”. Tutto vero.

FONTE: http://ifgurbino.wordpress.com/2009/04/02/penna-rossa/

Dedicato a Ezio Mauro

giugno 6

Oggi “La Repubblica”, per giustificare il proprio ruolo nell’internazionale dei mascalzoni, prova a chiamare in correità anche Tgcom che ha pubblicato ieri alcune foto apparse su “El Pais” relative agli scatti di Villa Certosa. A meno di non essere idioti è chiaro che Tgcom additava ai lettori lo scandalo del falso scandalo, invitando a vedere con i propri occhi a che punto sono arrivati due quotidiani sedicenti progressisti trasformati in assatanati cacciatori di topless.

Basta con i nudi? Via i topless dalle spiagge? Botte ai capelloni? Ma dove volete arrivare?

La mia analisi l’affido al pezzo scritto da Peppino Caldarola su “Il Giornale”.
Al direttore di Repubblica va di diritto questa foto come risposta.

Paolo Liguori

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Vittoria percepita

giugno 5

La soglia psicologica del trionfo berlusconiano preoccupa i suoi. Al Pd invece basta sopravvivere

di Francesco Cundari

Dopo avere ammesso nei giorni scorsi una leggera flessione nella sua personale popolarità, che sarebbe scesa dal 75 al 73 per cento, Silvio Berlusconi dichiara senza esitazioni che il Pdl è al 43 per cento. Dario Franceschini ironizza sulle cifre del premier e si guarda bene dal darne a sua volta, ma soprattutto rifiuta caparbiamente di fissare alcuna “asticella” al Partito democratico. E’ una differenza che spiega più di mille analisi l’atteggiamento dell’uno e dell’altro: la principale preoccupazione di Berlusconi è infatti il risultato del 6 giugno, e lì si ferma, per ora, l’orizzonte dei suoi interessi, calcoli e strategie; la principale preoccupazione di Franceschini è invece quello che accadrà dopo. E’ comprensibile che sia così. A queste elezioni, infatti, l’obiettivo minimo del Pdl è stravincere, superare quota 40 per cento; l’obiettivo massimo del Pd è sopravvivere, non precipitare sotto quota 28.
Ma è soprattutto Berlusconi che punta a spazzare via, con un risultato schiacciante per il suo partito e con milioni di preferenze per sé, ogni ombra e ogni manovra contro il suo governo, dopo tanti giorni di doloroso logoramento. “Berlusconi è sempre molto ottimista e fa bene – osserva a questo proposito Maurizio Gasparri – ma non vorrei che all’indomani del voto qualche giornale avesse il coraggio di titolare sul Pdl che fallisce miseramente l’obiettivo del 60 per cento, prendendo solo il 59, e magari sul Pd che sfonda trionfalmente il muro del 20”. Ironie a parte, il capogruppo del Pdl prevede un risultato “tra il 37 e il 41 per cento” per il suo partito e “sotto il 30” per il Pd.
Un successo che proprio non vorrebbe guastarsi con aspettative eccessive. Ma oltre all’abituale ottimismo – che ovviamente è anche un’accorta strategia di mobilitazione del proprio elettorato – si capisce che nell’audacia del premier pesa un elemento psicologico: il desiderio di spezzare una volta per tutte un assedio, mediatico e politico, che gli è divenuto ormai intollerabile. Un desiderio su cui cerca di fare leva l’opposizione. “La campagna elettorale è cambiata nel corso di questo mese – dichiara Massimo D’Alema nel corso di un’intervista radiofonica – forse anche per merito, o demerito, del presidente del Consiglio. Il voto si è caricato di tanti significati e molti che erano incerti o delusi, sono tornati a essere attivi e motivati, tendono a reagire”.
Anche il presidente di ItalianiEuropei ostenta dunque un relativo ottimismo, contando proprio sull’“aiuto” che a suo giudizio sarebbe venuto dal premier. “Perché si capisce che se non si mette un argine alla sua debordante arroganza il paese starà peggio”, dice D’Alema. Ma dopo la “campagna di Casoria” e le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, che hanno oscurato – ma certo non cancellato dalla memoria del premier – persino le recenti tensioni con tanti pezzi della sua maggioranza e del suo stesso partito, il presidente del Consiglio ha ora una gran voglia di “debordare”, almeno nelle urne.
“A volte – dice Ignazio La Russa – capita che alcuni uomini della Lega nord, se una cosa l’ha fatta un ministro della Lega, dicano che è della Lega; se invece l’ha fatta un ministro di un altro partito, che è di tutti”. Ma sono piccole cose. Per il ministro della Difesa comunque non ci sono dubbi: “Questo è un governo unito e coeso… il migliore degli ultimi dieci anni”. Un governo che dal successo del 6 giugno si aspetta naturalmente di uscire rafforzato. Il presidente del Consiglio, però, non si accontenta di vincere, non vuole un “buon successo”, ma un plebiscito che metta definitivamente a tacere avversari interni ed esterni.
Franceschini, invece, punta semplicemente a smentire le profezie di sventura che pendono sul suo partito e sulla sua leadership, e sa che per farlo non ha bisogno di compiere alcun miracolo. Anche per questo ha evitato di complicarsi le cose candidandosi contro Berlusconi. Stavolta al segretario del Partito democratico basta contenere le perdite: anche un modesto 28 per cento, e cioè cinque punti in meno rispetto alle politiche dell’anno scorso, per Franceschini e per tutto il Pd sarebbe quasi un successo. E in ogni caso un risultato tale da autorizzare per il “segretario pro tempore” molte ragionevoli speranze di rielezione al congresso di ottobre, anche a fronte di un avversario certamente ben piazzato come Pier Luigi Bersani.
“La verità, per paradossale che possa sembrare, è che noi soffriamo anche la debolezza del Pd”, confida Gasparri. Senza avversari in vista, sostiene il capogruppo del Pdl, è difficile chiamare a raccolta e motivare i propri sostenitori, mobilitare tutte le forze. E anche tenerle unite. “In Sicilia, per esempio, sono convinto che sia successo proprio questo. Dopo che la sinistra, prima con Rita Borsellino e poi con Anna Finocchiaro, è scesa sotto la soglia della decenza, è chiaro che al nostro interno ognuno ha pensato di poter fare un po’ quello che gli pareva”. Anche per questo, probabilmente, Berlusconi sente il bisogno di sollevare la famosa asticella, puntando direttamente a tutta la posta.

FONTE: ilFoglio.it

Il Cavaliere spiegato agli stranieri

giugno 4

di Giuliano Ferrara

Per voi tedeschi è difficile immaginare un Cancelliere federale che possieda cinque grandi ville in un posto di mare glamour come la Sardegna nord orientale, la Costa Smeralda. Alle quali bisogna aggiungere due antiche ville in Brianza, una palazzina liberty nel centro di Milano, ancora ville sul lago Maggiore e a Portofino, un villone spettacolare a Taormina (in corso di acquisto), una dimora coloniale alle Bermuda, una flotta aerea privata per girare tra tutte queste residenze. Ma se fate uno sforzo di fantasia ai confini della realtà, subito dopo ve ne tocca un altro, perché intorno al complesso di ville in Sardegna gira un parco con ogni sorta di flora esotica, ibiscus e cactus venuti da tutto il mondo, piscine di ogni varietà possibile, il lago delle palme, una collina artificiale, un porticciolo con tunnel di sicurezza per l’approdo dei capi di Stato e un vulcano artificiale che erutta e manda alti nel cielo notturno i fuochi e i lapilli per il divertimento del proprietario e dei suoi ospiti.
Succede - e anche questo siete tenuti a considerarlo possibile - che il Cancelliere decide di invitare parenti, amici e belle ragazze, nel numero impressionante di trenta o quaranta, per una grande festa di Capodanno: porta tutti nell’isola con i suoi aerei, fa solitario il padrone di casa (la seconda moglie, madre di tre dei suoi cinque figli, non ama il suo stile di vita, e se ne sta appartata da molti anni), e canta con voce molto bella e melodiosa canzoni d’amore in duetto con un maestro di musica napoletano preso dalla strada, un bravo mestierante senza alcuna pretesa di distinzione culturale o sociale. A tarda sera, mentre il vulcano erutta e la musica napoletana si diffonde, si spengono le luci nelle ville vicine; anch’esse belle ed eleganti, sono le dimore più compassate dell’establishment finanziario e industriale del paese, vecchi e nuovi ricchi che, nel giudizio degli ospiti di Berlusconi, certamente si annoiano dopo l’ennesima partita a gin rummy, e vanno a letto.
Berlusconi, ho detto. Infatti il vostro Cancelliere-tycoon, che fa festa con decine di ragazze e canta melodie napoletane mentre scoppiettano i lapilli del vulcano artificiale, è al di là di ogni immaginazione. Anche lo stile di vita dei predecessori di Berlusconi è imparagonabile al suo. L’unico paragone possibile è, nella storia antica, con alcuni cesari della dinastia giulio-claudia (Nerone compreso) e, nel nostro tempo, con Michael Jackson e il suo Neverland Ranch, isola artificiale di eterna giovinezza costruita da un colosso del narcisismo postmoderno.
Da quindici anni, invece, l’Italia è politicamente e letterariamente dominata da questo imperatore dell’immaginazione e della politica. Fondatore e proprietario delle tv commerciali Mediaset (tre reti nazionali), Silvio Berlusconi è un imprenditore milanese che ha costruito negli anni Settanta e Ottanta una grande fortuna e, quando ha visto il pericolo di perderla per mano di giudici moralisti e politici di sinistra, ha deciso di entrare in politica e di prendere il potere. Così la metà degli ultimi quindici anni Berlusconi è stato il capo del governo, l’altra metà il capo dell’opposizione; è salito alle stelle, ha cambiato il sistema, è crollato nella polvere, è stato combattuto con mezzi feroci, ha risposto con furia animalesca, ma alla fine è risultato il dominatore della politica e dell’antipolitica, e soprattutto l’uomo di stato di gran lunga più amato dagli italiani da molto tempo a questa parte.
Il mestiere della politica Berlusconi lo ha imparato presto. Sbaglia molto, ma le sue gaffe, gli eccessi, gli atteggiamenti ludici che irritano o impressionano i suoi pari nel mondo si combinano con un carattere tenace, con un intuito fulmineo, con la capacità di tenere la scena e perseguire con notevole successo fini politici e di potere, nel suo interesse personale e in quello del suo Paese. Uno dei suoi più recenti capolavori è stato dichiararsi fautore dell’anarchia etica e garantirsi al tempo stesso l’appoggio della gerarchia cattolica, dal Papa in giù. In un suo grano di follia è consistito fino ad ora il segreto del consenso da lui conquistato. Molti milioni di italiani, la maggioranza, amano il suo tratto populista, la sua vicinanza ai loro difetti, verso i quali nessuno al mondo sa essere indulgente come i miei compatrioti. E gli si sono affezionati anche perché sono sideralmente distanti dai suoi nemici. Berlusconi è infatti duramente combattuto dai magistrati, che hanno l’apparenza fredda di una casta e si sono negli anni politicizzati fino alla tendenziosità, perdendo autorevolezza; dai politici professionali del vecchio regime a dominanza democristiana e comunista, una classe dirigente non rimpianta; dal club dei potenti della finanza, l’establishment che lo ha sempre considerato un pericoloso outsider.
L’ultima storia che riguarda Berlusconi è surreale, decisamente al di là del bene e del male. Un grande giornale di sinistra, la Repubblica, ha scoperto e ha lanciato come se fosse un segreto la storia, pubblica e ben documentata da una raffica di fotografie, della partecipazione del presidente del Consiglio alla festa di compleanno, il diciottesimo, di una ragazza napoletana il cui nome è Noemi. La festa era in un ristorante, c’erano i genitori e tutti i parenti della ragazza, una gran quantità di personale di servizio, amici di famiglia, agenti di scorta e membri dello staff del presidente del Consiglio. La ragazza, come altre che hanno nel tempo frequentato le feste di casa Berlusconi, è una simpatica e spregiudicata teen ager con la voglia di sfondare nel mondo dello spettacolo, e con Berlusconi ha un rapporto di familiarità, lo chiama «papi».
Familiarità, patronage, ma niente flirt con una minorenne: su questo nessuno ha rivolto accuse dirette al premier, perché i cronisti di Repubblica si sono limitati a insinuazioni e domande allusive. E Berlusconi, dopo essersi impigliato in una rete di imprecisioni, inesattezze e mezze bugie che sono la sua arma tipica contro gli atteggiamenti aggressivi e inquisitori della stampa, ha negato con sicurezza di essere il fidanzato segreto della adolescente. Tycoon televisivo, Berlusconi è sempre rimasto se stesso negli stili di vita, e adora il patronage, il gioco semiserio intorno al sogno di promozione in carriera e di competizione delle ragazze che girano nel mondo del casting, oggi una sorta di nuova classe sociale postmoderna che produce plusvalore e si guadagna da vivere attraverso l’immagine. Sebbene ami le donne, e questo può succedere, l’uomo è molto lontano da Gilles de Rais, e anche dal libertinismo di don Giovanni. Casomai è un Leporello pieno di disprezzo per le ipocrite maniere del bel mondo.
Nella storia, che sarà probabilmente ridimensionata dopo le elezioni europee, ha avuto una funzione decisiva una serie di duri commenti della signora Berlusconi, Veronica Lario. Decisa a divorziare dopo anni di estraniamento, e dopo aver subito sia le carezze sia le distrazioni umilianti di un maschio italiano tremendamente affezionato al proprio Ego e ai suoi pubblici primati di potenza virile, la moglie del presidente del Consiglio, che ha le sue idee e una visione del mondo sobria e riservata, ha tirato un paio di sonori ceffoni al marito sia come figura privata sia come figura pubblica. Appiccando l’incendio. Un grande falò delle vanità che sarà spento solo quando si capirà che, parafrasando un aforisma postumo di Friedrich Nietzsche: «Non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica, si devono come prima cosa impiccare i moralisti».

FONTE: ilGiornale.it

Le strane omissioni dei maestrini di Mauro

maggio 28

di Filippo Facci

Ci si permette di screditare un povero ragazzetto napoletano, Gino Flaminio, per via della sua «unica colpa» d’esser stato condannato per rapina a due anni e sei mesi con la condizionale. Poi: parliamo proprio noi che difendiamo un capo del governo che notoriamente ha giovato di prescrizioni e lodi e leggi ad hoc. Questo in sintesi è il rilievo mosso su Repubblica di ieri da Giuseppe D’Avanzo, che fa finta di non capire.
D’Avanzo, ascolta: noi non volevamo «screditare un ragazzo per la sua unica colpa» della rapina, posto che una rapina, anche «unica», sia poi questa sciocchezza di gioventù o un tratto antropologico perdonabile di chi sia giovane a Napoli, oltretutto la tua città. Noi volevamo proprio screditare Repubblica, perché è Repubblica che aveva il dovere di spiegare ai lettori lo status e la credibilità di chi sta intervistando: e ciò non per impiccare Gino Flaminio alla sua fedina penale, secondo un costume che pure dovresti conoscere bene, ma perché, anche perché, non sembri che abbiate cercato di nasconderlo. Hai passato mezza vita a occuparti di mafia, D’Avanzo, e sarebbe come non menzionare, fatte le debite proporzioni, se un testimone sia spontaneo o sia un collaboratore di giustizia con alle spalle un certo curriculum: la credibilità va valutata, non credi?
Hai scritto: «Conta qualcosa l’errore di gioventù di Gino rispetto alla verità che racconta?». Ma lascialo giudicare a noi, caro, e lascia che a dirlo siano i lettori di Repubblica, tu fornisci se possibile ogni informazione utile, grazie. Io davvero non riesco a capirvi, sai. State profondendo sforzi spettacolari per condurre una campagna che sopportate voi per primi, sospirando, perché semplicemente siete convinti che funzioni. Potreste buttarvi sul caso Maldini con la stessa disinvoltura: il fine è noto, sui mezzi siete disposti a tutto, e sta bene: ma dunque? Vogliamo stringere o che?
State continuando ad accanirvi in un canone ossessivo di «domande» che però non poggiano su plausibili risposte, è una sorta di interrogatorio circolare senza un capo d’imputazione, qualcosa che sfugge continuamente, scivola in laterale, difetta insomma una tesi anche abborracciata che corrisponda a un j’accuse: vi limitate a spaccare in quattro il capello biondo, a cercare contraddizioni nelle risposte improvvisate e non dovute di chi, in definitiva, non è ancora chiaro di che cosa sia imputato: e allora sperate disperatamente che a spiegarvelo sia lui. Inversione dell’onore della prova, la chiamerebbe un avvocato. Cavolacci suoi, direbbero e dicono tanti altri.
Io non voglio fare il solito discorso dei forcaioli, D’Avanzo, son stufo anch’io, però tu non puoi contrapporre alla vostra omissione sulla condanna del ragazzino il fatto che altri «non hanno ricordato come il padre di Noemi è stato arrestato, condannato in primo grado per corruzione, poi assolto». Ecco, l’hai detto, è stato assolto: vuole dire niente? Oppure il fatto che sia andato per tribunali per te è sufficiente? Ma allora non sei cambiato, Beppe. Nel 1995, per la Mondadori del Cavaliere, scrivesti un libro terribile su Corrado Carnevale, «La giustizia è cosa nostra», un’accusa via l’altra: e poi l’hanno assolto in tutto e per tutto. Nel 1989 scrivesti su Repubblica, a proposito di Alberto Di Pisa, il giudice accusato di essere «il corvo» che voleva mascariare l’Antimafia siciliana, che «forse Di Pisa è soltanto un uomo frollato dalla lunga attesa di un pubblico riconoscimento, di popolarità e potere, un piccolo uomo sbriciolato dall’invidia e dalla gelosia, precipitato nel gorgo di un risentito rancore». E poi hanno assolto anche lui, mannaggia. Bene. In attesa che il tuo prossimo obiettivo sia assolto da qualcosa, ecco, vogliamo almeno aspettare che lo accusino di qualcosa?

FONTE: ilgiornale.it

Tirati per la tonaca su gossip e veline

maggio 27

di Vittorio Macioce

Questo rumore che arriva da sinistra è davvero strano. Sembrano i colpi di un martello, qualcosa che viene da lontano. Qualcuno sta costruendo una fila di gogne, come nel New England puritano del XVII secolo. Questa lunga schiera di intellettuali, moralisti, filosofi, ex magistrati, salottieri, imbonitori televisivi, e vecchie laiche con il rosario in mano, camminano pregando e imprecando dalle parti di Salem. Tutti vestiti di nero, con le facce di circostanza, in attesa di una bolla papale, delle parole di un vescovo, di un segno divino.
La Chiesa che fa? Parla o non parla?
Qui serve una botta di morale. Signori della corte, tutti in piedi, è cominciata la caccia alle veline. Noemi e le altre. Tutte le donne dello scandalo, quelle senza vergogna, quelle con il book e le tette di fuori, quelle che sognano Amici, quelle che puzzano di periferia, si riflettono su youtube e si raccontano su Facebook, quelle truccate a 16 anni, con l’accento di Casoria o di Pioltello, quelle con i padri con la coda di cavallo, loro, tutte loro, queste streghe del XXI secolo che stanno mandando in malora il buon nome dell’Italia. Che fa la Chiesa parla o non parla?
I bravi cittadini di Salem sono impazienti. Queste svergognate meritano una punizione, magari una bella V scarlatta disegnata sul corsetto. V come velina. V come vendetta. V come venduta. V come volgare. V come vanity. V come vergogna. V come verrà il giorno. V come Vade retro Satana. V come vip, very important p. Ma questa volta p non sta per persona.
La sinistra di Salem può dare sfoggio della sua casta e dotta morale. Berlusconi e le veline sono tutto ciò che loro odiano. E allora via in processione dietro Dario Fo, il vecchio giullare vestito da Savonarola. Tutti a salmodiare Famiglia Cristiana, che punta l’indice contro l’Italia delle veline e delle vallette, figlie di una «vita truccata», sgualdrine di un’emergenza nazionale che inquina anche la politica. Tutte al rogo signorine, nude, scalze e fustigate. Manca solo la bolla papale.
Che fa la Chiesa, parla? Parla Bagnasco, il capo della Cei, il monsignore dei vescovi italiani. Il cardinale parla di modelli che uccidono l’anima e di giovani senza speranza. Ma ai quotidiani di Salem tutto questo non basta. L’Unità tira il prelato per la tonaca. Troppo tiepido sulla morale. Troppo generico: «Neppure un cenno alla cultura delle veline». Qui servono nomi e cognomi. Serve una bella V scarlatta, sul corpo ignobile delle veline. Chi se ne frega di tutto il resto. Bagnasco parla della crisi? Non è questo il problema. I precari? Si arrangino. Gli operai? E chi sono? Noi siamo l’Unità, il sacro foglio dei puritani, mica il giornale fondato da Gramsci. La laicità? Una bufala. L’emergenza è un’altra. L’emergenza sono le veline. L’emergenza è Berlusconi. Santità basta una parola e il mondo sarà salvato.
La sinistra di Salem ora ha bisogno della mano di Dio. Il Papa, un profeta, Maradona: va bene tutto. Intervenire è un dovere cristiano. Queste sono cose serie. Mica si parla di embrioni, aborto, Eluana e faccenducole di questo genere. Qui non è in ballo la vita, ma qualcosa di molto più sacro. Qui c’è Berlusconi da cacciare da Palazzo Chigi. Qui c’è la morale di una nazione minacciata dalle cosce di queste ragazzotte. Qui serve una crociata vera, seria. Non quel monsignor Crociata che ieri si è limitato a dire: «Ognuno ha la propria coscienza». Scherziamo? Questi non sono mica affari di famiglia. Storie private. Privacy. Peccati da confessionale. Qui c’è l’anima di Berlusconi da mandare al rogo. Lui, i suoi valori, la televisione, i suoi modelli culturali, il suo potere e le sue veline. Non sentite come battono i martelli di Salem? Questa è una vendetta attesa quindici anni. È la rabbia dei boniviri, la casta dei custodi del Novecento, con i loro partiti, i loro intellettuali, le loro verità sacre e inviolabili, la loro cultura cristallizzata, che non ha mai perdonato a Berlusconi di aver vinto, di aver sparigliato le carte, di aver cambiato la storia. La sinistra di Salem si è arroccata nella sua cittadella e disprezza tutto ciò che non gli assomiglia, soprattutto i barbari. Questa nuova cultura che Baricco, con intelligenza, si rifiuta di giudicare decadente. I barbari non sono peggiori dei sacerdoti del Novecento. Sono un’altra cosa. E quelle veline di periferia, che a Salem tanto detestano, non sono streghe da marchiare a fuoco. Ma forse il problema non è neppure questo. Il problema, sempre a Salem, è questa democrazia che si ostina a premiare Berlusconi. Sono i voti, il consenso, che va dalla parte sbagliata. Il problema è come abbattere l’anomalia. E allora tutto può servire. Anche il moralismo. Anche la commissione della Bonino, le domande di Repubblica, gli anatemi di Di Pietro, le punizioni divine, le prediche di Franceschini e le scomuniche della Chiesa. Quella che un tempo doveva tacere. Tutto, proprio tutto, può servire. Perfino una lettera scarlatta.

FONTE: ilGiornale.it